Fuori il freddo è pulito e fermo. Il vento se n'è andato del tutto, come ogni sera, e ha lasciato il cielo sgombro a metà: nuvole larghe a ovest, e sopra la valle un'apertura nera e profonda.
Pietro le mette la coperta sulle spalle. Lo fa da dietro, con un gesto solo, esatto, e poi va al parapetto e ci appoggia le mani, e Alba lo raggiunge, e per un po' stanno così, fianco a fianco, nella luce gialla che esce dalla finestra alle loro spalle e si stende sulle assi della terrazza.
Sotto, lontanissimo, c'è il paese.
È piccolo come una cosa che si può tenere in mano. Le luminarie disegnano le vie, la piazza è un anello chiaro, e tutt'intorno il buio della valle sale verso di loro come acqua. Per tre notti Alba ha guardato in su, da laggiù, un punto giallo dentro il nero. Adesso è dentro il punto giallo, e guarda giù. Da qualche parte, in piazza, qualcuno starà alzando la testa verso questa luce. Stanotte la luce ha due ombre, e nessuno lo sa.
«Li ha mai guardati da qui?» chiede Alba. «I fuochi.»
«Li sentivo.» Pietro tiene gli occhi sulla valle. «Il botto arriva su per la parete, con un ritardo lungo. Li ho sempre sentiti e basta. Guardarli è un'altra cosa.»
«E stasera?»
«Stasera guardo.»
Aspettano. La statica, dentro, fa il suo rumore d'acqua dietro i vetri. Alba si accorge di avere addosso una coperta sola in due possibili, e la apre con un braccio, un'ala di lana, e lui esita un momento e poi entra, una spalla sola, il minimo sindacale, e restano così, sotto la stessa coperta, una per due, come si usava in quella famiglia.
Poi, in fondo alla valle, la piazza si spegne.
Tutta insieme: le luminarie giù, l'anello chiaro sparito, il paese inghiottito. Un secondo, due, tre.
E il primo fuoco sale.
Si vede la riga sottile che sale, sale, sale, e poi il fiore.
Sboccia enorme e muto, bianco e oro, sopra il paese, e si allarga e ricade in fili lenti, e non c'è nessun suono, niente, il botto sta ancora arrampicandosi su per la parete, e quando arriva, dopo un tempo lunghissimo, è solo un colpo piccolo e sordo, come una porta chiusa in fondo a un corridoio. Poi il secondo fiore, e il terzo, verde, e uno che fa la cascata. Il paese lancia in cielo i suoi fiori più grandi, quelli senza nome e senza carta, e da quassù sbocciano in silenzio, uno dopo l'altro, sopra le case piccole, e si vede tutto e non si sente quasi niente, ed è la cosa più simile a un ricordo che Alba abbia mai guardato in diretta.
È tra un fiore e l'altro, nel buio di mezzo, che Pietro parla.
«Si chiama Stella.»
Così. Tre parole, dette alla valle, con la voce di tutti i giorni, la voce di siediti e mangia, e proprio per questo Alba sente la vertigine: vent'anni di silenzio non finiscono con una fanfara, finiscono così, tra due fuochi, con la voce di tutti i giorni.
Si chiama. Non si chiamava.
Alba riceve il nome e non si muove. Eccolo. Il nome che ha attraversato il mare per cercare, il nome scalpellato, strappato, scucito, piantato, il nome che il paese intero custodisce come si custodisce una ferita: due sillabe, e la seconda si scioglie nell'aria fredda, e in cielo intanto sboccia un fiore bianco immenso che nessuno ha seminato.
Stella. La ragazzina d'oro. La voce nella radio. La sagoma che tirava. La mano sul bordo della roccia. Adesso hanno tutte un nome solo, e il nome è una cosa che sta in alto e brilla, e Alba capisce perché il paese non poteva dirlo: certe parole, una volta dette, non lasciano più dire nient'altro.
Pietro le ha dato il nome di sua sorella. Alba ne ha uno solo, da metterci accanto.
«Io la chiamo Castagna» dice. «La volpe. Da sempre, da quando ho memoria. Credevo di averlo inventato io.»
E Pietro si copre la bocca.
Con la mano destra, quella con le punte morte: la alza dal parapetto e se la mette sulla bocca, le dita rovinate contro le labbra, e resta così, gli occhi sulla valle, mentre in cielo sboccia un altro fiore e la luce gli passa sulla faccia e mostra tutto e non spiega niente. Non è un gesto di sorpresa. È il gesto di chi tiene chiusa una porta da cui sta spingendo una folla. È il gesto che si fa quando l'unica cosa rimasta tra te e il mondo è la tua mano.
Alba non chiede. Ha imparato.
Ma da qualche parte sotto le sue costole, vent'anni più in giù, qualcosa si stacca e comincia a salire. Sale come salgono le cose dal disgelo, piano, fuori stagione, irriconoscibile finché non arriva. È una frase. È la frase, quella mezza sentita sotto la neve, quella inseguita per tutta la vita nei dormiveglia, e adesso, con il nome di Stella ancora nell'aria e il nome di Castagna appena uscito dalla sua bocca, la frase riaffiora quasi tutta, e Alba la dice ad alta voce, lentamente, come si cammina sul ghiaccio:
«Tienila stretta... che Castagna... ti porta a casa.»
Silenzio. Un fiore verde, in cielo, muto.
«O ti porto» dice Alba. «Ti porto a casa. Non lo so. È lì che la neve ha morso. Una lettera sola. Porta, o porto.»
Una vocale. Vent'anni, quattro versioni, una montagna intera, e alla fine tutto sta dentro una vocale: porto, e accanto alla bambina c'è qualcuno che resta, che la tiene, che la porta giù con le sue braccia. Porta, e qualcuno ha messo la volpe nelle mani della bambina e le ha affidato il viaggio, e si è voltato, ed è andato dall'altra parte, dove non si torna. Io ti porto. Lei ti porta. Una vocale, e di qua c'è una voce d'uomo che non ricorda di aver parlato, e di là c'è una donna che dava le cose chiamandole per nome.
La frase è quasi intera. Quasi combacia.
Quasi.
Pietro abbassa la mano dalla bocca, piano. Non sceglie una vocale. Non la sceglierà mai, Alba lo sa guardandolo, e sa anche, finalmente, che non è debolezza: è l'unico modo che ha trovato di tenerle in vita tutte e due, la versione in cui sua sorella muore per prima e quella in cui muore per ultima, l'una accanto all'altra, per sempre, come due gemelle.
Quello che fa, invece, è un'altra cosa.
Volta la mano sul parapetto. Il palmo verso l'alto, aperto, nel freddo: la mano rovinata che ha scavato, che ha portato, che non sente più il caldo né il liscio né il bottone, aperta sotto il cielo come quando si aspetta la neve, o si chiede l'elemosina, o si è finito tutto il resto.
Alba ci mette la sua.
E i fuochi continuano a sbocciare, muti, sopra il paese piccolo, fiore dopo fiore dopo fiore, e il botto di ognuno arriva quando il fiore è già morto, e nessuno dei due conta più niente, e di tutto quello che c'è da dire non si dice