La neve che sale

Giorno 3: Il fratello

Capitolo 16

La domanda giusta

Dopo, per un po', nessuno dei due tocca niente.

La volpe resta in mezzo al tavolo, il tè è freddo nelle tazze, e fuori il vento ha preso il ritmo lungo del pomeriggio. Pietro ha le mani aperte sul legno, svuotate. Ha appena finito di dire la cosa più lunga che dice da vent'anni, e si vede: è seduto come uno che ha portato giù a valle un carico e non sa ancora camminare senza.

Alba non dice non è colpa sua. Non dice grazie. Conosce ormai abbastanza questo mondo da sapere che certe frasi, qui, sono monete fuori corso.

Si alza invece, prende le tazze fredde, le sciacqua al lavello. Lui fa per alzarsi e lei gli mette una mano aperta nell'aria, no, stai, e l'uomo che da vent'anni serve tutti resta seduto, per la prima volta servito, con un'aria spaesata da cane sul divano.

Poi anche lei torna a sedersi, e fa quello per cui ha capito di essere salita, anche se l'ha capito solo adesso: restituisce.

«Tocca a me» dice. «Lei mi ha dato la montagna. Io le do il dopo. Vuole sapere il dopo?»

Pietro la guarda. Tre secondi, quattro. Cinque. È la prima volta che regge.

«Sì» dice.

E Alba racconta. Non come l'hanno raccontata a lei, e non come si racconta ai medici o agli sconosciuti sui treni: racconta come si svuota uno zaino, un oggetto alla volta, posandoli sul tavolo tra loro due, accanto alla volpe.

Racconta la nonna, che era buona e non nominava mai niente, e che quando Alba faceva le domande cambiava stanza con una scusa vera, sempre una scusa vera, il forno, il bucato, vent'anni di bucati provvidenziali. Racconta la città di mare scelta apposta, l'orizzonte piatto come una riga tirata col righello, perché niente, mai più, dovesse salire. Racconta che non ha mai più messo gli sci, e che il rumore della neve sotto le scarpe lo ha incontrato di nuovo stamattina, su un canale in ombra, dopo vent'anni, e che è rimasto identico, perché i rumori aspettano. Racconta che dorme senza peso addosso, nemmeno d'inverno, e che conta, gradini, tornanti, battiti, e che ha sempre creduto che fosse un vizio e da tre giorni sospetta che sia un mestiere imparato sotto la neve, a otto anni, contando per non dormire.

Pietro ascolta come mangiava lei ieri: senza perdere niente.

«E questa» dice Alba, e tocca la volpe con un dito, sul bottone. «Questa è stata mia madre per vent'anni. Non sapevo niente di lei, di sua sorella. Sapevo solo che quando andava male, in qualunque posto del mondo, io avevo in borsa un bottone con troppi nodi, e lo tenevo tra due dita finché non passava. Ho sempre pensato: i nodi di mia madre. Una cosa sola mi era rimasta di lei, pensavo, una cucitura.» Fa una pausa pulita, senza teatro. «Ieri ho trovato la scatola di latta, a casa vostra. I nodi sono di sua sorella. Ne ha fatti sette. Sua madre le disse che bastava il terzo.»

Le mani di Pietro, sul tavolo, si chiudono piano e si riaprono.

«Quattro di scorta» dice, con la voce di sabbia. «Perché non succedesse mai più.»

«Lo sapeva?»

«C'ero.» Guarda la volpe. «È la cosa nostra, i nodi. Chi di nodo ferisce.»

Ed è quasi una battuta, è il fossile di una battuta di famiglia, e per un momento dentro quest'uomo si vede passare il ragazzo che teneva la corda, e Alba capisce che ridevano, anche loro, che erano una famiglia che rideva, prima di diventare una leggenda con una sola superstite per lato.

Il pomeriggio gira così, piano, dentro lavori. Perché a un certo punto Pietro si alza, è più forte di lui, c'è legna da portare e una grondaia che il vento ha scollato, e Alba esce con lui senza chiedere il permesso, e lavorano. Lei regge la scala, passa i chiodi, impara dove si mette la legna perché il vento non la mangi. Le parole, con le mani occupate, vengono meglio: l'hanno insegnato a tutto il paese, e il paese, si vede, l'ha imparato da gente come lui.

Parlano di cose leggere, e nessuna è leggera fino in fondo, ma il tono sì, e il tono conta.

«Le liste di Adele» chiede Alba, sulla scala. «Com'è una lista di Adele?»

«Corta.» Pietro batte un chiodo. «Una volta, anni fa, mi ha trasmesso: piove. Fine del messaggio.»

«E lei cos'ha risposto?»

«Qui no.»

Alba ride, una risata vera che il vento porta via subito, e lui non ride ma il battito del martello cambia, si alleggerisce, e lei impara anche questo: che quest'uomo sorride con gli attrezzi.

«D'inverno com'è, qui?»

«Bianco. Lungo.» Tre colpi di martello. «Onesto.»

«Onesto?»

«D'inverno la montagna non promette niente. È la stagione che le somiglia di più. D'estate fa la simpatica, con i fiori, i turisti. D'inverno dice la verità tutto il giorno.» Scende dalla scala, la richiude. «Io col tempo preferisco la gente così.»

Rientrano che la luce fuori è già lunga. Lui mette su la cena, polenta e il formaggio di Adele, e stavolta è Alba che apparecchia: prende i piatti dalla credenza, i bicchieri, li dispone, due posti, esatti, e non c'è niente di strano, stasera, in una tavola per due, perché stasera sono due, e nessuno dei due commenta la cosa enorme e silenziosa che è appena successa al rito più vecchio della casa.

È durante la cena che Alba fa la domanda che si è portata su per tutta la salita senza saperlo.

Non è quella che lui aspetta. Lo vede, che la aspetta: l'ha aspettata per tutto il giorno, per vent'anni. Potevi salvarla. Hai scelto. Perché io. Sta seduto di fronte a lei con la schiena di chi aspetta la sentenza, da una vita, e l'unica cosa che il tribunale non gli ha mai concesso è la seduta.

Alba posa il cucchiaio.

«Mi dica una cosa di lei» dice, «che non c'entri niente con quel giorno.»

Pietro si ferma con il bicchiere a metà strada.

«Una cosa di lei» ripete Alba. «Qualunque. Sono tre giorni che tutti mi raccontano la sua morte. La ragazzina d'oro, la voce nella radio, la sagoma sul nevaio. Tutti mi danno l'ultima ora. Io non so niente delle altre. Ventotto anni di ore, e io conosco solo l'ultima. Mi dica un martedì qualsiasi. Mi dica una cosa che non serve a niente.»

E lì, per la prima volta da quando è entrata in questo rifugio, e forse per la prima volta in vent'anni, gli occhi di Pietro si bagnano. Non piange: si bagnano, è diverso, è una cosa che succede e che lui ignora con dignità, da montanaro, come si ignora la pioggia fine. Posa il bicchiere. Ci mette un po'. Quando comincia, la voce è la sua, ma viene da un magazzino che non apriva da tanto.

«Non si voltava mai» dice. «Questo lo dicono tutti, l'avrà già sentito. Quella che non si volta. Lo dicevano come un difetto, da piccola: che partiva e via, senza un saluto, senza girarsi, la mamma ci restava male. Sul sentiero uguale: davanti, sempre, e mai una controllata indietro, mai un dove sei.» Sposta una briciola col dito morto, la mette in fila con altre due. «Una volta gliel'ho chiesto. Avrò avuto quindici anni, mi ero offeso per qualcosa, le ho detto: non ti volti mai, a te di chi c'è dietro non importa niente.»

Una pausa. Il vento, la statica, la stufa.

«Mi ha guardato come si guarda uno scemo a cui si vuole bene. E mi ha detto: io non mi volto perché ti sento. Il tuo passo lo conosco da prima di nascere, scemo. Finché ti sento, sei lì. Voltarsi è da gente che non si fida delle orecchie.»

Alba non si muove. Pietro prende fiato, e finisce.

«Per questo davanti era sempre lei. Non per superbia. Era il suo modo di tenermi: a orecchio. Camminava davanti a me ascoltandomi camminare, tutta la vita.» Guarda il piatto. «Ecco. Questa non serve a niente. È la più bella che ho.»

E il silenzio che segue non è pesante. È un silenzio strano, nuovo per questa stanza: il silenzio di una cosa bella detta ad alta voce, che è un silenzio che il rifugio non ospitava da vent'anni e che si sistema tra loro come un terzo ospite, e mangia anche lui.

Dopo, mentre lei asciuga i piatti che lui lava, Alba dice, ai piatti:

«La lettera. Quella senza indirizzo. C'è ancora?»

Le mani di Pietro si fermano nell'acqua.

«È vecchia» dice. «Parlava a una bambina.»

«La bambina sa leggere. Ha fatto una scuola al mare, niente di che, ma sa leggere.»

E di nuovo quel movimento sotto la barba, quel quasi. Pietro si asciuga le mani, va di là, nella stanza dietro il banco, e torna con una busta. Vecchia davvero, gialla ai bordi, gonfia, senza una riga sopra: una busta che è stata tenuta in mano tante volte, si vede da come è morbida agli angoli, come la volpe, come tutte le cose che qualcuno ha toccato per anni al posto di qualcos'altro.

La posa sul tavolo davanti a lei.

Alba non la apre. La guarda, la prende, la mette nello zaino, con l'agenda, accanto al fiore. La leggerà al mare, o non la leggerà mai, o la leggerà tra dieci anni una sera di novembre: sarà una cosa sua, di un altro capitolo della sua vita, uno che il paese e la montagna non vedranno.

«Le rispondo» dice. «Le avverto: ci metterò meno di vent'anni.»

E Pietro incassa anche questa, la prima presa in giro che riceve dal lato giovane della sua famiglia da prima della valanga, e la regge, e qualcosa nelle sue spalle si mette diversamente, più in basso, più in pace.

È allora che Alba apre lo zaino un'ultima volta.

Tira fuori il fiore.

Il fiore bianco di carta, un po' schiacciato dal viaggio, il gambo di fil di ferro piegato dove lei l'ha piegato. Lo raddrizza con due dita. Lo posa sul tavolo, accanto alla volpe: i suoi due documenti, adesso entrambi dichiarati.

«Giù in paese li piantano» dice. «I fiori coi nomi. Domattina li bruciano tutti, e la cenere va su. Me l'hanno spiegato: i nomi qui non si dicono, si piantano. E io ho preso il mio fiore, l'altra notte, e avevo il pennarello in mano, e sono rimasta lì.»

Lo gira verso di lui. Bianco, intatto, in mezzo al cerchio della corolla c'è il niente.

«Non le chiedo com'è andata» dice Alba. «Ho smesso stamattina, salendo, da qualche parte sopra la cappella. Le versioni le ho sentite tutte e quattro, e ho capito che potrei sentirne altre cento: nessuno lo sa, com'è andata. Nemmeno lei. Soprattutto lei. Chiederglielo ancora sarebbe solo un altro modo di non lasciarla riposare.»

Respira. La statica respira con lei.

«Io sono venuta per una cosa più piccola. La più piccola che c'è.» E la dice, finalmente, la domanda giusta, quella vera, quella che ha attraversato il mare e vent'anni e tre giorni di porte chiuse, e quando esce è semplice come il pane: «Non so il suo nome.»

Pietro guarda il fiore bianco.

Lo guarda per molto, molto tempo. Fuori, il giorno sta finendo: la finestra a ovest è diventata color brace di stufa, e il vento, come ogni sera, sta calando insieme alla luce, lasciando dietro di sé un silenzio sempre più grande. Da qualche parte là sotto, un paese intero sta accendendo le luminarie per l'ultima notte.

Quando Pietro si alza, lo fa piano. Va alla lampada grande, quella appesa alla trave vicino alla finestra, e la accende, all'ora esatta: giù in valle, stanotte, vedranno la luce puntuale come sempre, e non sapranno che stanotte sono in due, lassù dentro.

Poi prende dalla credenza una coperta pesante, e la mette sul braccio.

«Vieni» dice.

È il primo tu. Alba si alza.

«Stanno per cominciare i fuochi» dice Pietro. «Di qua. Dalla terrazza si vede tutto.»

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