Questa l'ha fatta mia madre.
Tre sere, dopo cena. Diceva che non sapeva fare i giocattoli e infatti è venuta storta. Mio padre disse che pareva una martora investita. Lei lo fece dormire fuori. Per ridere. Ridevano, i miei.
Il nodo lo controllavo io. Quando saliva, mia sorella, la volpe stava nella cintura, e io controllavo il nodo. Due dita sotto la stoffa, una tirata. Era il mio lavoro. Avevo sei anni quando è diventato il mio lavoro e l'ho fatto fino a.
L'ho fatto sempre.
La sto toccando, adesso, il bottone. Lo vedo che lo tocco. Non lo sento. Queste due dita non sentono più niente, il caldo, il liscio, niente: tocco il bottone di mia sorella e potrebbe essere un sasso, potrebbe essere neve, potrebbe non esserci. Vent'anni che tocco il mondo coi guanti che non si tolgono. Lo tocco lo stesso. Si fanno tante cose che non servono. Quasi tutte, dopo un po'.
Tu mangia il tè finché è caldo.
Mi chiedono sempre del cielo. I carabinieri, i periti, quelli del giornale il primo anno. Com'era il cielo. Tutti ce l'hanno, un cielo, di quel giorno. Berto ha il suo, pulito. Quello dei fiori ne ha un altro, l'ho saputo, uno coi nuvoloni. Il paese ha il cielo d'oro della festa.
Io il cielo di quel mattino non ce l'ho.
Ho cercato. Per anni, di notte, ho cercato il cielo nella testa: niente. Mi è rimasto solo il dopo, e il dopo era bianco. Forse è giusto così. Il cielo è degli altri, di quelli che guardavano da fuori. Chi era dentro non ha diritto al cielo.
Siamo partiti col buio. La via la sapevamo a memoria, l'avevamo fatta cento volte, volevamo essere giù per mezzogiorno, per la festa. Il posto a tavola dalla Adele. Questo è vero. Questo lo tengo: il posto a tavola.
Non abbiamo litigato sotto il rifugio.
Berto dice le sei e dieci, dice i vetri, dice che lei indicava giù. Berto ha sentito due voci d'alba, e le voci d'alba viaggiano, in montagna. Non eravamo noi.
Eravamo noi, ma non lì. Alla forcella, dopo. O prima, in cucina, con le tazze. Abbiamo discusso, sì. Da qualche parte abbiamo discusso, questo c'è, lo sento il calore della discussione, ma il posto. Il posto si è spostato. Vent'anni che si sposta.
Lei voleva tornare indietro.
Questo l'ho detto anche ai periti: voleva tornare, sentiva qualcosa che non le piaceva, il vento della notte, il manto. Era la prudente, qualunque cosa dicano. Io volevo salire. Era la mia idea, la gita. Volevo che fossimo in parete il giorno della festa, era una cosa nostra, salire mentre giù suonavano. Io volevo salire.
No.
Ero io che volevo tornare. Mi ricordo le mie mani che dicevano giù, questa mano qui che taglia l'aria, giù, e lei che rideva. Rideva sempre quando avevo ragione. Saliva ridendo. Io dietro.
Vedi come fa.
Tu non dire niente. Lo vedo da me come fa. Sono vent'anni che lo guardo fare: il ricordo dice una cosa, poi si gira e dice il contrario, e tutte e due le volte sono io, e tutte e due le volte è vero, e non possono essere vere tutte e due. Da qualche parte, in mezzo, c'è mia sorella che voleva o non voleva salire. Non la raggiungo. Raggiungo solo le mie versioni, una per mano, e mi tirano da due parti.
La corda ce l'avevamo.
Eravamo legati sul ripido, slegati sul facile, come sempre. Quando è arrivato eravamo. La corda era nello zaino. No. La corda la tenevo io, arrotolata, la sentivo sulla spalla. La corda era tra di noi, quattro metri. Lo zaino.
C'era una corda. Questo.
Lascia stare la corda.
Il rumore non l'ho sentito arrivare. Da fuori si sente arrivare, dicono, il treno, il tuono. Da dentro no. Da dentro non c'è rumore: c'è il mondo che cambia idea. La montagna sotto i piedi ha smesso di essere d'accordo, tutto qui, tutto insieme, e poi il sopra era di lato e il di lato era dentro e io ero una cosa piccola dentro una cosa che girava.
Il pendio mi è passato attraverso. O io attraverso il pendio. Le geometrie, da allora, non.
Lasciale stare anche loro.
Mi sono fermato perché la neve si è fermata. Non c'è merito. Ero mezzo fuori, un braccio fuori, la faccia fuori. La neve quando si ferma fa il cemento, questo lo sanno tutti, nessuno sa il silenzio. Il silenzio dopo. Il mondo aveva appena fatto il rumore più grande della sua vita e adesso niente, nemmeno il vento, come uno che ha urlato e si vergogna.
Mi sono scavato fuori con le mani. Poi ho scavato.
Ho scavato dove. Ecco.
Ho scavato dove la vedevo l'ultima volta. Dove credevo di averla vista l'ultima volta. Dove il pendio che era passato attraverso di me poteva avere portato una che stava trenta metri sopra, o sotto, le geometrie, ti ho detto. Ho scavato in tre posti. In uno. Ho scavato dappertutto e da nessuna parte, con le mani, perché la pala era nello zaino e lo zaino non era più mio, lo zaino era della montagna.
Ho chiamato.
Col fiato, ho chiamato, il suo nome, il nome che non. L'ho chiamata. E ho chiamato con la radio, canale otto, ho schiacciato e ho parlato dentro la radio, rispondete, rispondete.
La radio era nello zaino di lei.
Lo vedi. Lo vedi come fa. Ho la memoria di me che schiaccio il tasto e parlo, ce l'ho in mano, la radio, fredda, e ho la memoria della radio che sta nello zaino di lei perché era sempre lei che chiamava, il martedì e il giovedì, era il suo lavoro come il nodo era il mio. Tutte e due. Le ho tutte e due. Una delle mie mani ha tenuto una radio che non c'era.
Per vent'anni ho lasciato che Berto si chiedesse se in quell'ora qualcuno ha chiamato. Avrei potuto dirgli: forse no, forse la radio era sepolta. Avrei potuto dirgli: forse sì. Non gli ho detto niente, perché qualunque cosa gli dicevo era una bugia con la stessa probabilità di essere vera. Gli ho lasciato il suo piatto sporco. Lui ti avrà raccontato del piatto.
Poi c'è il buco.
Non il vuoto. Il buco è un'altra cosa. Il vuoto è quando non c'è niente: il buco è quando qualcosa c'è stato e l'hanno portato via, e si vede dal bordo. Io il bordo lo vedo. Dentro c'erano ore. Due, tre. Le ore più importanti della mia vita stanno in un posto dove io non posso entrare, e ci ho provato, mi devi credere, ci ho provato con tutto: col digiuno, col vino, una volta con uno di giù che ipnotizzava la gente, son sceso fino a metà strada e poi sono tornato su, perché ho avuto paura. Non di non ricordare.
Di ricordare.
Nel buco ogni tanto galleggia qualcosa. Te le dico come vengono, le cose del buco, non mi chiedere l'ordine, il buco non ha l'ordine:
C'era una campana. In mezzo al bianco, una campana, una volta sola. Le campane a quell'ora non suonavano, e il vento veniva da sotto. L'ho sentita. Non c'era.
C'era il cigolio. Passi sulla neve, da qualche parte, vicino, e io fermo per ascoltarli, fermo, capisci, fermo mentre, e i passi erano i miei, il mio cuore, o erano passi.
C'era una mano sul bordo della roccia. Questa la vedo. Una mano, sul bordo, le dita. Poi basta: non c'è il braccio, non c'è il dopo, non c'è se la mano si è mossa. Una mano sul bordo della roccia, ferma, per sempre. È l'unica fotografia che ho di quel giorno e non so nemmeno se è vera, e ci vivo insieme da vent'anni, appesa qui dentro, voltata verso il muro come le altre.
E ho parlato con lei. Nel buco, da qualche parte, io parlo con lei. Lo so come si sa di aver parlato in sogno: rimane il sapore delle parole, non le parole. Parlo con lei.
Con quale lei.
Ecco la cosa che non ho mai detto a nessuno: non lo so con quale lei. Mia sorella. La bambina. La montagna, che qui le diciamo lei anche a lei. Nel bianco ho parlato con una donna o con una bambina o con la cosa che le teneva tutte e due, e le parole sono andate, e il sapore è rimasto, ed era un sapore di. Di consegna. Come quando si affida una cosa. Ecco. Nel buco, da qualche parte, io affido qualcosa a qualcuno, o qualcuno affida qualcosa a me.
Poi il ricordo riparte. E quando riparte, è nitido come il ghiaccio.
Riparte così: io sono in ginocchio e davanti a me c'è un colore.
In tutto quel mondo bianco, un colore. Piccolo. A mezzo metro dalla mia faccia. E io sto fermo a guardarlo per un tempo che non finisce, perché non capisco cosa sia, un colore, lì, non c'erano più i colori, erano finiti col resto, e invece eccolo, e sotto il colore c'è una faccia.
La bambina.
Fuori dalla neve fino alle spalle, o l'avevo già tirata fuori io, no: fuori. Già fuori. Gli occhi chiusi, la faccia grigia, il vestito buono. Viva. Si vedeva dal fiato, un fiato piccolo, ogni tanto, come i pulcini.
E la volpe era già tra le sue braccia.
Già. Tra le braccia. Questa parola, già, ci ho costruito sopra vent'anni: già vuol dire prima di me. Vuol dire che quando io arrivo, la volpe c'è. Stretta così, sul petto, le braccia della bambina sopra, come se gliel'avessero messa in mano e le avessero chiuso le braccia intorno, una cosa fatta con due mani e con calma, in mezzo a una montagna appena morta.
Io il nodo lo controllavo. Io lo so dove stava la volpe quella mattina: nella tasca di lei, sinistra, col bottone chiuso. Sempre lì. La volpe non è uscita da sola dalla tasca di mia sorella. La volpe non ha attraversato da sola cinquanta metri di neve dura. Le cose non camminano da sole.
Lo so che le cose non camminano da sole.
Ci sono due strade, da quel già. Le conosco tutte e due, le ho fatte tutte e due, mille volte, di notte: sono in ginocchio davanti alla bambina e la volpe è già lì, e la prima strada dice che gliel'ha portata mia sorella. Che era viva, dopo. Che si è mossa, ha cercato, ha trovato la bambina prima di me, ha scavato lei, con le sue mani, e le ha dato la cosa sua, la cosa di tutta la sua vita, gliel'ha chiusa nelle braccia e poi. E poi io arrivo e lei non c'è e io smetto di cercarla per portare giù la bambina. La prima strada dice che mia sorella ha fatto la scelta e che io ho solo eseguito, senza saperlo, l'ultima cosa che ha voluto.
La seconda strada dice che la volpe gliel'ho data io.
Che l'ho trovata io, nella neve, la volpe, o nella tasca, e questo vorrebbe dire che ho trovato. Che ho trovato lei, capisci, o un pezzo del suo zaino, o. E che ho preso la volpe e l'ho messa nelle braccia della bambina io, con queste mani, e le ho chiuso le braccia intorno io, e poi ho dimenticato. Ho dimenticato di aver trovato mia sorella. La seconda strada dice che nel buco c'è il punto esatto dove lei sta, ed è segnato con le mie impronte, e io l'ho saputo per dieci minuti e poi mai più.
Non c'è una terza strada. Ho guardato. Per vent'anni ho guardato se c'era una terza strada.
La gente crede che io stia qui per il panorama, o per penitenza, o aspettando che la neve me la ridia. Giugno, ogni giugno, la neve restituisce qualcosa: sassi, una piccozza del settanta, un guanto che non è di nessuno. Io guardo. Guardare non è cercare. Cercare è voler trovare, e io non so se voglio trovare, perché se la trovano, lei, da come sta, da dove sta, da com'è messa, qualcuno potrebbe leggere quale strada è quella vera. I morti si leggono, come le pietre. E allora saprei.
Non sono pronto a sapere. Da vent'anni non sono pronto a sapere. Ho fatto di non essere pronto una casa, e ci abito, e ha una vista bellissima.
Berto è salito, una volta, a chiedermi se l'ho sentita. I gemelli, dice la gente. Si sentono.
Non gli ho risposto. A te lo dico.
Da bambini avevamo un gioco che non era un gioco: io sapevo quando lei aveva la febbre prima che la madre le toccasse la fronte. Non è magia, è abitudine: due che dormono nella stessa stanza imparano il rumore che fa l'altro quando funziona. Si sente senza sentire, come il frigo: nessuno sente il frigo, finché non si ferma. Allora senti il silenzio, e capisci che il rumore c'era.
Quel giorno il frigo si è fermato.
Non chiedermi quando. È questo, il punto. È tutto qui, il punto. Me ne sono accorto a valle, in piazza, con la bambina già in braccio al medico: silenzio. Dentro, dico. Il rumore di lei, quello che non sapevo di sentire da ventotto anni, non c'era più. Ma il silenzio non ha l'orario, il silenzio te ne accorgi dopo, è sempre già cominciato. Si era fermato il frigo mentre scendevo? Mentre scavavo? Prima ancora, nel primo minuto, sotto il primo metro?
Se lo sapessi, saprei tutto. Saprei se l'ho lasciata viva. Vent'anni che tendo l'orecchio all'indietro, dentro il buco, a cercare l'attimo esatto in cui è cominciato il silenzio, e l'attimo non c'è, perché i silenzi non cominciano: si scoprono.
Il resto lo sai. Tutti sanno il resto, il resto è la parte famosa.
Ho preso la bambina e sono sceso. Il bianco era totale, non si vedeva la mano, e io ho camminato dritto fino alla piazza, tre ore, dritto, dicono, come un filo a piombo. Non chiedermi come. Non guidavo io. Le gambe andavano e io stavo dentro le gambe, e tenevo la bambina, e da qualche parte tenevo anche il colore, l'unico, contro il petto, e parlavo o non parlavo, e se parlavo non so con quale lei, e a un certo punto c'erano le luci e le mani degli altri e qualcuno ha urlato e io ho consegnato la bambina come si consegnano le cose di vetro e mi sono seduto per terra.
Mi hanno detto che non parlavo. Che non ho detto una parola per tre giorni. Può darsi. Le avevo finite tutte sulla neve, le parole, le avevo lasciate là sopra, e quelle che sono rimaste, da allora, sono queste che senti: siediti, mangia, il vento gira. Bastano. Per vent'anni sono bastate.
Le foto le ho portate qui perché le facce chiedono. Tutti i giorni chiedono, dai muri: e allora, e dunque, e adesso. Qui almeno chiedono al muro. Una lettera l'ho scritta, una volta, a te, al mare. C'è ancora, di là, in un cassetto. Non ha l'indirizzo sulla busta. L'indirizzo lo sapevo.
Non era per mancanza di indirizzo.
E la volpe, questa qui, questa che mia madre ha cucito storta e mia sorella ha battezzato con un nome suo che non era un nome da volpe, questa che è stata sotto la neve con te ed è l'unica di noi tre che è tornata a casa intera.
Io non ho mai visto chi te l'ha data.
Ho smesso di chiedermelo.
Non è vero. Non si smette.