La neve che sale

Giorno 3: Il fratello

Capitolo 14

Il rifugio

L'ultimo tratto è il più ripido, e il vento non molla mai. Quando Alba arriva al pianoro del rifugio ha le mani intirizzite e il fiato rotto, e la figura non è più sulla terrazza.

È sulla porta.

L'ha aperta prima che lei bussasse, prima ancora che lei finisse i gradini di pietra: la porta è già spalancata sul caldo e sul buio di dentro, e lui la tiene aperta con un braccio, fermo, senza fretta, come si tiene aperta una porta a qualcuno che torna dalla legnaia, non a qualcuno che si aspetta da vent'anni.

Da vicino è grande. Non grosso: grande, d'ossa, asciugato dall'altitudine come la carne che si appende alle travi. La barba corta e grigia, la faccia cotta dal vento, due occhi chiari che stanno fermi su di lei senza nessuno sforzo. Ha un maglione rammendato sui gomiti con un filo di un colore quasi giusto, e Alba riconosce la mano di quel rammendo, perché ha dormito due notti sotto lo stesso filo.

«Sono...» comincia.

«Lo so» dice lui.

E si scosta per farla entrare.

Dentro, il rifugio è una stanza lunga e bassa, con le travi annerite e i tavoli di legno spesso allineati per ospiti che non ci sono: la stagione comincia a metà giugno, e adesso c'è solo il vento ai vetri e un fuoco acceso nella stufa grande. Fa caldo. Odora di legna, di minestra, di cherosene e di pulito, il pulito ruvido degli uomini soli che tengono in ordine per disciplina e non per gli altri.

E c'è un suono, sotto tutto, continuo, basso: una radio accesa da qualche parte dietro il banco, sintonizzata sul niente. Statica. Un fruscio piccolo e ininterrotto, come acqua lontana. Alba lo riconosce nel corpo prima che nella testa: è il suono che è salito attraverso un pavimento, venerdì notte, con dentro due parole. Questo è l'altro capo. Per vent'anni questo fruscio ha parlato con la cucina di Adele in numeri e quintali, due volte a settimana, e adesso ce l'ha davanti: una scatola nera con una manopola consumata, accesa sul vuoto, che riempie la stanza come un respiro.

«Dammi la giacca» dice lui. «Si asciuga vicino alla stufa.»

Ha una voce che si usa poco, si sente: bassa, con gli spigoli, le frasi corte di chi è rimasto in pochi vocaboli come la montagna è rimasta in pochi colori. Prende la giacca bagnata e la appende a una sedia accanto alla stufa, con cura, i polsi tirati perché non si deformino. Poi indica un tavolo, quello vicino al fuoco.

«Siediti.»

Il tavolo è apparecchiato.

Per due. Due piatti fondi, due bicchieri capovolti, due cucchiai, il pane in mezzo dentro un cestino di rete, le posizioni esatte, simmetriche, da locanda. Tutto il resto della stanza è in attesa della stagione, le sedie sui tavoli, le panche accostate: questo tavolo no. Questo tavolo è vivo, pronto, come se qui si pranzasse in due tutti i giorni.

Alba si siede al posto di là, quello con le spalle al muro. Non chiede. C'è qualcosa, nella perfezione di quel secondo coperto, che non si lascia chiedere: il bicchiere capovolto ha sotto il suo cerchio opaco, antico, di anni di capovolgimenti, e il legno del tavolo, davanti alla sedia vuota, è più chiaro che altrove, consumato a forma di piatto. Lei fa il mestiere delle tracce. Questa la legge in un secondo e mezzo, e passa il resto del minuto a fingere di non averla letta.

Lui intanto è dietro il banco, alla cucina economica, e mescola una pentola che era già sul fuoco. Ne arriva un odore di orzo e verza, lo stesso brodo di giù, la stessa scuola.

Alba slega il fagotto dallo zaino e lo posa sul banco.

«Da parte di Adele.»

Lui si pulisce le mani sul fianco, scioglie il nodo della stoffa a quadri con due dita, piano. Dentro c'è il pane di segale, un salame, una forma piccola di formaggio, il thermos, e il biglietto piegato in due. Lo apre. Lo legge, due parole, il tempo di niente. Poi lo ripiega seguendo la piega che c'era, e se lo mette nel taschino della camicia, e ci appoggia sopra la mano un mezzo secondo, come si chiude una tasca col bottone.

Vent'anni di liste della spesa, pensa Alba, e la prima lettera se la tiene sul petto.

«Lei sta bene?» chiede lui, al fagotto.

«Sì. Comanda la festa.»

«Eh.» Quasi un sorriso, da qualche parte sotto la barba. «Quello.»

Versa la minestra nei due piatti, con il mestolo che in mano sua sembra un cucchiaino. Quando si siede di fronte a lei, Alba vede le mani.

Le vede per intero, alla luce della finestra: grandi, segnate, con la pelle lucida e tirata sulle nocche, di un colore diverso dal resto, più chiaro e più morto insieme. A due dita della destra manca qualcosa: non le dita, la punta, il polpastrello, come una matita consumata fino al legno. Sono le mani della leggenda, le mani che non erano più mani, le mani che hanno scavato. Lui la sorprende a guardarle e non le ritira: le lascia lì, sul tavolo, accanto al pane, disarmate, come si lascia vedere una cicatrice a un medico. È il primo discorso che si fanno, ed è muto: lei guarda, lui lascia guardare.

«Mangia» dice poi. «Che è caldo.»

Mangiano.

Il vento preme sui vetri a onde lunghe, la stufa lavora, la statica respira dietro il banco. Non parlano quasi. Lui le passa il pane prima che lei lo cerchi, le riempie il bicchiere d'acqua quando è a metà, controlla col dorso delle dita morte la temperatura della teiera che ha messo sulla stufa. È l'ospitalità come la fanno quelli che non hanno più altre parole: precisa, anticipata, totale. Alba si accorge che è il pasto più accudito della sua vita adulta, e che glielo sta servendo un uomo che non riesce a guardarla per più di tre secondi di fila.

Perché è così: tre secondi e gli occhi cadono. Non per timidezza. È un'altra cosa, che lei non decifra subito e poi decifra e vorrebbe non averlo fatto: lui la guarda a rate perché tutta intera, per più di tre secondi, non la regge. Ventotto anni, seduta al suo tavolo. L'età esatta. Alba non sa di somigliare a qualcuno, non ha mai potuto saperlo, ma vede l'effetto che fa: ogni volta che alza il viso dal piatto, l'uomo di fronte a lei riceve qualcosa che lo attraversa da parte a parte, e lo incassa senza un suono, e abbassa gli occhi sulla minestra.

Quando hanno finito, lui si alza, prende il piatto suo e il piatto di lei, e li lava. Tutti e due, al lavello dietro il banco, con l'acqua che fuma. Li asciuga, li mette via. Rimette il cestino del pane al centro esatto del tavolo, raddrizza il cucchiaio rimasto.

Alba lo guarda fare e pensa al piatto sporco di Berto, lasciato sul tavolo dodici anni fa, ancora lì, in qualche modo, tra i due uomini. Pensa che quest'uomo lava i piatti degli ospiti e non risponde alle domande, e che il paese intero, da vent'anni, gli fa le domande sbagliate o non gliele fa per niente.

Fuori, il vento cala di un tono, e nella pausa si sente quanto è solo questo posto: nessuna campana, nessuna fontana, nessuna banda. Solo la statica, paziente, e il legno che lavora nel caldo.

Lui torna al tavolo con due tazze e la teiera. Versa. Si siede. E per la prima volta da quando lei è entrata, parla per primo, senza che ci sia un oggetto in mano da nominare.

«Il tempo tiene fino a stasera» dice. «Poi gira. Domani scendi col primo chiaro, ti accompagno fino alla spalla.»

Tutto lì. Il programma, la logistica, la cura. Ma dentro c'è l'altra cosa, detta di lato, come fanno qui: stanotte resti. Era già deciso. Il secondo coperto, la legna accatastata, la porta aperta prima che bussasse. Tutto, qui dentro, era già deciso da tre giorni, e probabilmente è per questo che la luce, ieri notte, non si è spenta: non si fa buio sulla casa dove sta arrivando qualcuno.

Alba tiene la tazza con due mani, come il latte caldo di Adele, come tutte le cose calde di questi giorni, che sono state tante e tutte in prestito.

È il momento.

Lo sa dal silenzio, che ha cambiato qualità: non è più il silenzio di due che mangiano, è il silenzio di due che hanno finito di mangiare. Lui sta seduto di fronte a lei, le mani rovinate intorno alla tazza, gli occhi da qualche parte sul legno del tavolo, e aspetta. Non aspetta una domanda: aspetta quello per cui lei è salita. Lo aspetta da venerdì sera, da due parole dentro la statica, e forse, in un altro modo, da molto prima.

Alba si china, apre lo zaino appoggiato alla gamba del tavolo. Le sue mani non tremano, e gliene è grata.

Tira fuori la volpe.

E la posa sul tavolo, in mezzo, tra il suo posto e il posto di lui, sul legno chiaro consumato da vent'anni di piatti per nessuno: la volpe di pezza con la coda troppo grossa, l'orecchio più corto, la zampa ricucita storta, il muso da faina, il bottoncino coi sette nodi. La mette giù delicatamente, seduta, con il muso verso di lui.

E non dice niente.

Il vento riprende a premere sui vetri. La statica respira. La volpe guarda l'uomo, e l'uomo guarda la volpe, e per un tempo lunghissimo, nel rifugio caldo in cima al mondo, nessuna delle tre creature al tavolo si muove.

Poi Pietro comincia a parlare.

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