La neve che sale

Giorno 3: Il fratello

Capitolo 13

La salita

Alle sei e mezza la cucina della locanda è accesa e Adele è dove è sempre stata, dietro il bancone, come se le notti le facessero solo da intervallo.

Il caffè è pronto. Lo bevono in piedi, in un silenzio da partenza, di quelli che le parole li rovinano. Adele le controlla lo zaino con gli occhi, il fagotto legato sopra, le scarpe, la giacca, e approva tutto con un niente del mento. Solo sulla porta, quando Alba è già fuori, dice la sua.

«Stasera ci sono i fuochi. Si vedono anche da lassù.»

E richiude piano, prima che si possa rispondere. Un'altra lettera da due righe. Alba se la mette via con il resto del corredo.

Il paese, alle sei e mezza dell'ultimo giorno di festa, dorme il suo sonno più profondo. Solo il forno è già morto e rinato un'altra volta, e da qualche parte una campana conta le mezze ore senza convinzione. Alba attraversa la piazza vuota, passa il telaio dei fiori che trema nel primo vento, passa la fontana, e imbocca il sentiero dietro la chiesa, dove il gradino di pietra è consumato in mezzo.

Sale.

E il sentiero, da subito, è un'altra cosa.

L'ha già percorso tre volte, questo sentiero, senza mai farlo: nella luce d'oro di Adele, dove saliva la ragazzina con la treccia; negli orari di Berto, sei e dieci, otto e cinque, undici e venti; sotto le nubi che bollivano di Davide. Tre sentieri sovrapposti, tre cieli, tre processioni di parole. Adesso è solo un sentiero. Sassi, radici, il fiato che prende il suo ritmo, l'erba piegata dal vento della notte. Nessuna voce addosso. È la prima volta, pensa Alba, che questa montagna se la guadagna da sola, passo per passo, e i passi non raccontano niente: portano su.

Il cielo, stamattina, non è di nessuno.

Non è il cielo pulito di Berto, non sono le nubi di Davide, non è l'oro della fiaba. È un cielo qualunque e vero: chiaro a est, sporco a ovest, con una garza alta che corre veloce e non promette bene. Il quinto cielo, pensa Alba: quello che c'è. Nessuno l'ha ancora ricordato male.

Alla cappella ci arriva in un'ora, col passo del corpo che sa.

Davide è lì.

In piedi accanto alla panca, vestito da città con scarpe da montagna nuove, di quelle comprate apposta e mai usate. I suoi fiori di ieri sono ancora sulla pietra, un po' piegati, vivi per un altro giorno. Si vede che è lì da molto e che non sale oltre, come sempre. Quando Alba arriva all'altezza della cappella, lui fa una cosa semplice: si sposta dal sentiero. Un passo di lato, sull'erba, e si toglie dal passaggio.

Le cede la strada.

«Sale» dice. Non è una domanda.

«Salgo.»

Davide annuisce, come si annuisce ai risultati giusti. Ieri sera, in piazza, non si sono parlati: si sono solo guardati attraverso cento persone ferme. Adesso lui la guarda da vicino, e negli occhi non c'è niente da insegnante, niente di preparato. Cerca qualcosa da dire e si vede che tutte le frasi gli sembrano piccole.

«Faccia buon viaggio» dice alla fine. Formale, perfetto, da binario di stazione.

Alba passa. Dopo venti metri si volta, una volta.

Davide non sta guardando lei. È rimasto accanto alla cappella, fermo, ma ha la testa alta e girata verso il pendio, verso il punto dove il sentiero sale e si perde dietro il costone: guarda su, in pieno, con la faccia nuda. L'uomo che da vent'anni si ferma qui sta guardando il suo confine negli occhi. Tenerlo d'occhio mentre lo fa sembra indiscreto, come guardare uno che prega. Alba riprende a salire.

Sopra la cappella il bosco cambia. I larici si diradano, il sentiero taglia un costone e poi, a un tornante, il versante si apre.

E Alba lo riconosce senza averlo mai visto.

È una lingua larga di pendio, dal canalone in alto fin quasi al bosco di sotto, dove la vegetazione è diversa da tutto il resto: niente alberi grandi, solo betulle giovani, ontani piegati, cespugli, un verde più chiaro e più disordinato, come una toppa cucita sul fianco della montagna con una stoffa quasi giusta. Il bosco vecchio si ferma ai bordi, netto, e dentro la lingua ricomincia da capo, ventenne.

Qui.

Il sentiero la attraversa in piano, cento metri scarsi. Alba li fa lentamente. Da qualche parte sotto i suoi piedi è passato tutto: il treno dentro la terra, i blocchi grossi così, le tre e dieci e le tre e mezza di Berto, il vestito buono, il coperchio di silenzio, la stanza piccola d'aria. Cerca dentro di sé qualcosa all'altezza del posto e trova una cosa sola, che non si aspettava: il prato è pieno di fiori.

Veri. Dappertutto. Botton d'oro, genziane, margherite di monte, il bianco dei narcisi selvatici a chiazze, tutta la primavera in ritardo dell'alta quota, fitta e senza ordine, dentro la toppa verde più che altrove, perché la terra giovane è generosa. La montagna non tiene il lutto, pensa Alba. Lo lascia fare a noi. Lei, dove ha sepolto, fiorisce.

Non si ferma. C'è un limite a quello che si può fare in piedi in mezzo a un pendio, e sua madre, le hanno detto, aveva una schiena dritta. Attraversa la toppa fino al bosco vecchio dall'altra parte, e solo lì, voltandosi a guardarla intera, la saluta con un pensiero che somiglia a un fiore lasciato per terra.

Mezz'ora dopo, dietro un dosso, c'è il maso.

Sa cos'è prima ancora di capirlo. Il corpo, di nuovo: la mano destra che si solleva da sola verso il cancelletto di legno e trova il saliscendi con il pollice, dal lato giusto, senza guardare, con un gesto rotondo fatto diecimila volte da una mano molto più piccola. Il ferro scatta. Alba ritira la mano come da una stufa.

Il maso è bello. È questo il problema: è bellissimo. Ristrutturato con gusto, i muri rifatti a regola, gli scuri nuovi color tortora, i gerani perfetti ai davanzali, una targa di ceramica con su scritto il nome di una famiglia di città e sotto, in corsivo, il nome di fantasia della casa, una cosa con dentro la parola nido. Le persiane sono chiuse: i proprietari verranno a luglio. Sul prato c'è una panchina di teak rivolta al panorama e un barbecue coperto da un telo.

Qui viveva una famiglia che scendeva alla festa col passo della domenica. Qui c'era una cucina dove una donna si asciugava i capelli e una bambina si sedeva accanto al rumore caldo. Non è rimasto niente, e non nel modo della casa dei gerani morti, che è piena di tutto: qui non è rimasto niente perché è stato rifatto tutto, pagato, pulito, voltato verso il panorama. La nonna ha venduto e la montagna non si è opposta. È la cosa più normale del mondo, e infatti non fa male nel posto dove fanno male le cose: fa male più in basso, dove stanno le cose normali.

Alba non entra. Si siede fuori dal cancelletto, sul bordo del sentiero, con le spalle al muro a secco, e beve il caffè del thermos di Adele guardando la valle. Da qui il paese è piccolo e completo, coi suoi tetti e il campanile, e la vista ha una forma che lei conosce: questa inquadratura precisa, questa porzione di mondo. È la finestra. È la forma che il mondo aveva da una finestra che adesso ha gli scuri color tortora. Alcune cose non si possono vendere.

Tira fuori l'agenda per rimettere a posto il fiore bianco, e il ritaglio le scivola tra le pagine, e lei lo raccoglie e lo guarda, qui, alla luce della montagna vera: i due ragazzini, la parete attrezzata, la volpe nel braccio piegato.

La gara era in fondovalle, su un muro di compensato montato in piazza, con le prese avvitate e i materassoni sotto. Lei aveva tredici anni e gareggiava con quelli di sedici, perché nella sua categoria non la facevano più gareggiare.

Il fratello non gareggiava. Si era iscritto e poi cancellato, come ogni volta. Stava sotto il muro, nel punto esatto dove sarebbe caduta se cadeva.

La volpe saliva con lei. Come sempre, come dappertutto: infilata nella cintura, sotto il pettorale, con la testa fuori. I giudici, la prima volta, avevano detto qualcosa. Lei era rimasta in piedi davanti al muro, senza partire, finché non avevano smesso di dirlo. Avevano smesso.

Il compito del fratello era un altro, lo stesso da sempre: controllare il nodo della cintura prima del via, due dita sotto la stoffa, una tirata. E poi contare le prese a mezza voce, tre, cinque, otto, perché contare era il suo modo di non chiudere gli occhi.

Lei vinse senza che sembrasse una gara. All'ultimo appiglio si fermò, già con la mano sopra il bordo, e si voltò a cercarlo: il fratello, piccolo là sotto, che contava ancora. Rise da lassù, con la bocca aperta. Poi toccò il bordo.

Giù, il fotografo del giornale di valle li mise in posa contro il muro: vicini, su, il braccio del grande sulla spalla della piccola. Lei si tolse il caschetto, tirò fuori la volpe dalla cintura e se la mise nel braccio, perché nella foto dovevano esserci tutti e tre, e c'è un ordine nelle cose. Il lampo del flash li inchiodò per sempre: lui serio, lei che ride coi capelli schiacciati, la volpe che guarda dritto.

Il fotografo leccò la punta della matita e chiese: nomi e cognomi, per la didascalia.

E il fratello li disse, tutti e due, bene, in ordine, scandendo, come si fa con le cose importanti.

Alba rimette il ritaglio nell'agenda, l'agenda nello zaino, lo zaino sulle spalle.

Sopra il maso il mondo comincia a finire.

Gli alberi si arrendono per gradi, il sentiero si fa pietra e poi segno tra le pietre, ometti di sassi, un bollo sbiadito ogni cinquanta metri. Il vento adesso c'è sempre: non a raffiche, fisso, un fiume freddo che scende dalla cresta e le entra nel colletto, e con il vento arriva il primo silenzio vero, quello dove i suoni si contano. I suoi passi. Il battito, nelle orecchie, in salita. Una pietra che rotola da qualche parte, una volta, e poi più niente.

Il cielo si è chiuso quasi tutto, una pancia grigia e bassa che taglia la parete a metà. Fa freddo. È maggio giù in valle, qui è un'altra pratica.

La prima neve la trova in un canale in ombra, una lingua sporca e dura che il sentiero attraversa in cinque passi.

Al primo passo, la neve cigola.

Alba si ferma in mezzo, un piede sulla neve e uno no. Il suono le è salito dalla suola dritto in fondo allo stomaco, dove abita da vent'anni: il cigolio del manto, secco, intimo, il rumore di un dente che morde un altro dente. Lo stesso. Identico. I rumori non invecchiano, scopre: tutto invecchia, le case, i nomi, le facce nei rettangoli vuoti, ma i rumori no, i rumori aspettano.

Conta. Uno. Due. Tre.

Quattro passi, e cinque, e la neve finisce, e il sentiero torna pietra.

Continua a salire. Il fiato, il vento, il battito. Il lessico della montagna si restringe a ogni tornante, come se anche le parole soffrissero la quota: qui sopra sono rimaste in poche, vento, sasso, neve, fiato, e si vede perché lui ci è venuto a vivere. A questa altezza il mondo è già quasi tutto sostantivi. Mancano gli aggettivi, manca il passato. Per uno che non vuole decidere niente, è il clima perfetto.

Poi il sentiero piega attorno a un costone, fa la spalla, e si apre.

La spalla. Quella sotto il rifugio, quella delle sei e dieci, dove il sentiero respira prima dell'ultimo strappo: il posto dove due voci hanno discusso per l'ultima volta dietro un vetro, una che indicava giù, una che guardava su, e il custode non è uscito perché tra fratelli non si entra. Alba si ferma dove si saranno fermati loro. Da qui si vede il rifugio.

È più piccolo di come l'aveva immaginato, e più vicino al cielo: un edificio basso e lungo di pietra e legno, ancorato al pendio come una cosa che ha deciso di non farsi spostare, con l'antenna della radio sul tetto, piegata dal vento di tutti questi anni, e una bandiera senza più colore che frusta l'aria. Dal camino esce un filo di fumo, dritto per un metro e poi strappato via.

E sulla terrazza, ferma contro la ringhiera, c'è una figura.

A questa distanza è solo questo: una figura, scura contro il grigio del cielo, con le mani sulla ringhiera. Non si muove. Non fa cenni. Guarda giù, lungo il sentiero, nel punto esatto dove il sentiero fa la spalla, dove Alba è ferma col fiato che fuma.

La guarda salire. Forse da molto prima della spalla. Forse, pensa Alba, dalla prima curva della corriera, venerdì, alle undici del mattino.

Il vento spinge. Alba si stringe lo zaino e fa il primo passo dell'ultimo tratto.

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