Si sveglia alle quattro e dieci, vestita sopra le coperte, con la luce della stanza ancora accesa.
Per la prima volta da venerdì, il paese è completamente muto. Niente banda, niente trapano, niente furgoni: il silenzio pieno dei posti alti, quello che non è mancanza di suoni ma presenza di montagna. Alba sta sdraiata ad ascoltarlo per un po'. Non c'è più niente da difendere, pensa. Lo sanno tutti. Domani salgo. È rimasta una cosa sola da fare, stanotte, e il suo corpo l'ha svegliata apposta.
Scende le scale con le scarpe in mano, da ladra di casa propria. Tredici gradini. Nella sala buia le fotografie alle pareti sono solo vetri che luccicano appena, e la porta piccola si apre senza rumore, perché Adele tiene oliato anche il silenzio.
Fuori fa freddo, un freddo nuovo, più serio. La piazza è lavata e vuota, i tavoli nudi, le luminarie spente: restano i fili, che col buio sembrano corde tese da un tetto all'altro. In alto, sopra il nero della montagna, la luce è ancora accesa. Alba la saluta con lo sguardo, ormai è un'abitudine, come si controlla il telefono.
L'unica finestra viva del paese è in fondo alla via: un rettangolo arancione a mezza altezza, con dentro un'ombra che lavora. Il forno. Alba ci passa davanti piano, e l'odore la prende alla sprovvista: pane alle quattro del mattino, caldo, enorme, un odore che occupa la strada intera come una processione.
Il fornaio la vede passare e apre lo sportello del banco con un gomito, perché ha le mani bianche fino al polso.
«Il primo della giornata» dice, e le porge un panino ancora bollente, storto, gonfio da una parte sola. «È venuto storto. Il primo viene sempre storto. Però è il più buono, e non lo dica in giro.»
«Grazie. Quanto...»
«Alle quattro di notte non esistono soldi» dice lui, e richiude lo sportello, e torna al suo lavoro, e fine. Nessuna domanda. Eppure sa chi è, lo sanno tutti da ieri sera in un altro modo ancora: ma il pane è pane, e le quattro sono le quattro.
Alba mangia il panino storto seduta sul bordo della fontana, e le sembra una delle cose più buone che abbia mai mangiato, il che probabilmente non è vero e probabilmente non importa.
Poi guarda il telaio.
È lì, a tre metri, fiorito fino a metà: i fiori coi nomi tremano appena nell'aria fredda, tutti insieme, come fa la gente nelle veglie. Nella cesta appesa all'angolo ce ne sono ancora di vuoti, bianchi, pronti, e il pennarello legato allo spago col suo cappuccio consumato.
Alba si alza, prende un fiore bianco dalla cesta. Torna a sedersi. Stappa il pennarello.
E rimane così.
La penna sospesa sopra la corolla di carta, a un centimetro, ferma. Il punto dove si scrive è lì, bianco, in mezzo, grande quanto due parole. Attorno a lei il paese dorme, la fontana parla da sola, e in alto la luce tiene aperto il suo sportello nel buio.
Non conosce il nome da scrivere.
È venuta fin qui per questo, ha attraversato tre giorni e quattro versioni e una casa snominata, e il risultato è questo centimetro d'aria tra una punta di pennarello e un fiore di carta. Potrebbe scrivere altro. Ci pensa, onestamente, con la testa pratica delle quattro di notte: potrebbe scrivere per lei, potrebbe scrivere alla sorella, potrebbe disegnarci un puntino, in mezzo, e qualcuno un giorno capirebbe. Le vengono in mente tutte le soluzioni, una per una, e una per una le mette giù. Sono firme false. Lei le riconosce per mestiere.
E le viene in mente anche l'inventario, perché la sua testa fa gli inventari quando soffre: in tre giorni questo paese le ha dato nove nomi. Adele, Berto, Carletto, la Pina, Davide, Bruno quarto che sarebbe un cane, Renata che quest'anno non scende, e sulla pietra, in fila, Stefano e Marta, i suoi due, quelli che sa leggere e non sa dire. Nove nomi, regalati senza che chiedesse. E l'unico che è venuta a cercare non ce l'ha nessuno: chi lo sapeva l'ha scalpellato, strappato, scucito, taciuto, o se l'è portato a tremila metri.
Tutti, qui, hanno trovato il loro modo di non dire un nome. Il telaio li pianta. Davide porta fiori che non lo portano. Berto lo diceva solo alla radio, quando rispondere voleva dire essere viva. Adele lo ha chiuso in una fiaba senza nomi.
Alba guarda il suo fiore bianco e capisce qual è il suo, di modo.
Ritappa il pennarello. Lo lascia pendere dallo spago, dove l'ha trovato.
Il fiore no. Il fiore non lo riattacca alla cesta e non lo lega al telaio: i fiori col nome si piantano, ha detto Adele. Quelli senza nome, allora, si portano. Lo tiene con due dita, per il gambo di fil di ferro, e se lo porta su per le scale della locanda, al buio, come si porta una candela.
In camera, la sorpresa è davanti alla porta.
Sul pavimento del corridoio c'è uno zaino. Di tela, vecchio, coi lacci di cuoio anneriti, rammendato su un fianco con un filo di un colore quasi giusto. Sopra lo zaino, un fagotto di stoffa a quadri, legato stretto, che al tatto è ancora tiepido da una parte: pane, qualcos'altro, un thermos. E infilato sotto il nodo del fagotto, un pezzo di carta strappato da un quaderno, piegato in due.
Dentro, due parole, in stampatello da lista della spesa:
PER SU.
Alba rimane nel corridoio buio col biglietto in mano. Due parole. Adele scrive come trasmette: l'essenziale, e il resto lo fa il destinatario. È una lettera, questa, in tutto: ha un mittente, un messaggio e perfino un indirizzo. Per su. Vent'anni di liste della spesa, e questa è la prima lettera, e non c'era bisogno di firmarla.
Dentro la stanza, prepara le sue cose con una calma che non si aspettava. La giacca pesante sul letto. Gli scarponi che non sono scarponi, le sue scarpe più serie, pazienza. L'acqua. Il panino storto avanzato a metà, anche lui per su.
Poi apre la borsa sulla sedia.
La volpe esce alla luce della lampada per la prima volta da quando è arrivata in paese. Alba la tiene un momento sulle ginocchia, come si tiene un gatto vecchio: la coda troppo grossa, l'orecchio più corto, la zampa ricucita storta, il muso da faina che la madre dei gemelli non sapeva fare e ha fatto per sempre. Con il pollice trova il bottone, piccolo e liscio, e i sette nodi sotto, uno per uno.
«Andiamo a casa» le dice. Piano, da cretina, alle quattro e mezza di notte.
E la sistema nello zaino di tela, in alto, vicino all'apertura, con il fiore bianco accanto, dentro le pagine dell'agenda perché non si rovini: il pupazzo e il fiore, i suoi due documenti, tutto quello che ha da dichiarare lassù.
Spegne la luce e si stende vestita, per la seconda volta stanotte, con la sveglia puntata alle sei. Sopra il letto, nel buio, c'è il rettangolo più scuro della fotografia incorniciata, quella che non ha mai guardato davvero. La guarda adesso, mezzo secondo, una sagoma nera nel nero.
Domani, pensa. O mai. C'è un limite a quello che si può portare in salita.
Fuori, il cielo sopra il vicolo comincia appena appena a sbiadire. Lassù, da qualche parte, una luce gialla sta per diventare inutile dentro il giorno che arriva: non spenta, solo invisibile, come tutte le cose che vegliano.
Il terzo giorno comincia tra poco.