La neve che sale

Giorno 2: Le crepe

Capitolo 11

Notte 2. La piazza si ferma

La sera grande mantiene tutto quello che il paese le ha promesso.

I tavoli arrivano in fondo ai vicoli, le tovaglie lunghe di Adele sventolano agli angoli come vele tese, e la gente è il doppio di ieri: le facce di tutta la valle, i parenti tornati, i bambini in branchi. Si mangia a turni, si beve senza turni. La banda stasera ha anche i rinforzi, tre ottoni di un paese gemellato, e si sente: il suono è più grasso, più contento di sé.

Alba ha deciso, scendendo dalla casa dei gerani morti, una cosa sola: stanotte niente. Stanotte non indaga, non ascolta, non data. Ha una borsa chiusa in camera con dentro tutto il suo patrimonio di nodi, e un paese intorno che le offre l'unica cosa che sa offrire, e per una notte ha intenzione di accettarla fino in fondo. Si siede dove la mettono. Mangia quello che arriva. Quando la ragazza coi capelli viola la trova, al secondo bicchiere, e la tira dentro il ballo senza chiedere, Alba va.

E per un'ora funziona. Funziona davvero. Balla, sbaglia, ride perfino, una volta, di gusto, di una cosa stupida che fa un vecchio col cappello. Il paese la fa girare e la tiene, e lei si fa tenere, e da fuori, stanotte, nessuno potrebbe distinguerla: una della valle, una di qui.

Dovrebbe saperlo, lei che di mestiere data le cose: è sempre un attimo prima della crepa, che la superficie è più liscia.

Verso le undici il capobanda, un giovane con la giacca della divisa troppo nuova, annuncia qualcosa al microfono che si sente a metà, una vecchia, per i vecchi, e la banda attacca una marcia.

È una marcia come le altre. Allegra nel modo un po' storto delle marce di paese, coi tromboni che arrancano. La piazza continua: balli, bicchieri, bambini.

Ma Alba, dal bordo della fontana dov'è tornata a riprendere fiato, vede tre cose che non c'entrano con la festa.

Vede una donna anziana, a un tavolo lontano, posare la forchetta e mettersi le mani in grembo.

Vede il negoziante del grembiule blu, che stasera è in camicia, girarsi a cercare qualcuno con gli occhi, in fretta, come si cerca un bambino vicino all'acqua.

E vede Berto alzarsi.

Era al suo tavolo d'angolo, fuori, quello che si porta dietro dovunque come una conchiglia. Stasera Adele è dappertutto e quindi in nessun posto, e i bicchieri di Berto stanotte non li ha contati nessuno: questo Alba lo capisce dopo, ricostruendo, perché è così che lavora la sua testa. Berto attraversa la piazza non come un ubriaco, ma come un uomo che ha un appuntamento, dritto verso il palco, e arriva sotto il capobanda e dice qualcosa che la musica copre.

Il capobanda si china, senza smettere di dirigere. Fa una faccia gentile e confusa. Si vede che dice: Berto, è solo una marcia.

È solo una marcia. Il ragazzo ha trent'anni, la divisa nuova, e non sa. Non è colpa sua: nessuno gliel'ha mai detto, quale marcia stava suonando la banda alle undici e venti di quel giorno, perché il paese ha protetto anche questo, ha seppellito anche lo spartito, e i giovani sono cresciuti senza sapere nemmeno cosa non sanno. Il silenzio qui ha funzionato così bene che adesso non può più nemmeno avvertire.

Due uomini si avvicinano a Berto con la calma di chi l'ha già fatto. Uno è Carletto. Gli mettono una mano sulla spalla, dai Berto, andiamo a bere una cosa, e per un momento la serata tiene: Berto si lascia voltare, fa perfino due passi con loro, la marcia continua, nessuno ha visto niente, il paese ripara in tempo reale, come sempre, come da vent'anni.

Poi Berto vede Alba.

Si ferma. Si pianta. Non è grosso, Berto, ma si pianta come si piantano i pali, e i due uomini se lo sentono diventare di pietra sotto le mani. Guarda Alba attraverso la piazza, attraverso i balli, e Alba vede da dieci metri i suoi occhi rossi e dentro gli occhi quella cosa che stamattina somigliava alla fame.

«Lei balla» dice.

Non lo grida. Lo dice e basta, ma lo dice in quel punto morto tra una frase e l'altra della musica, e le parole arrivano lontano. Qualche testa si gira.

«Balla» ripete Berto, più forte, scrollandosi le mani di dosso. «Tutti ballano. Venti anni, e balliamo.»

La marcia comincia a sfaldarsi. Non si ferma: si sfalda, uno strumento alla volta, esattamente come nel suo racconto di stamattina, prima i clarini che perdono il fiato, poi i tromboni, e Alba, assurdamente, pensa: lo sta sentendo di nuovo. Sta risentendo il pezzo che muore. L'abbiamo rifatto per lui.

«Lo sapete tutti» dice Berto alla piazza, girando su se stesso, piano, con una specie di terribile cortesia. «Tutti, dal primo giorno. È scesa dalla corriera venerdì alle undici e lo sapevate prima di pranzo. E avete fatto i fiori. E avete ballato. Bravi. Bravi tutti.» Si ferma. Torna su Alba. «E lei piega i fiori con noi, signorina, e nessuno, nessuno...»

Respira. E lo dice.

«Lo vuoi sapere, tu, com'è andata? Allora non chiedere a noi. Sali. Chiedi a lui.» Il braccio si tende verso l'alto, sopra i tetti, dove nel nero c'è il punto fermo di luce. «Chiedi a lui perché è sceso con te in braccio!»

E la piazza si ferma.

Non si ferma come nei film, tutta insieme. Si ferma come si fermano i meccanismi veri: a cascata. Il ballo più vicino si blocca e quello dietro ci sbatte contro, un vassoio resta a mezz'aria, una risata lontana continua da sola per due secondi interi, atroce, e poi si spegne anche lei, e alla fine resta un'unica cosa che parla, in tutta la piazza, perché non ha mai imparato a tacere: la fontana.

Alba sta in piedi vicino alla fontana, appunto. Sente l'acqua dietro di sé e centinaia di occhi davanti.

E qui succede la cosa che si porterà dietro per sempre, più del grido, più della luce: nessuna faccia fa la faccia della sorpresa.

Le passa in rassegna, perché non sa fare altro, perché è il suo mestiere: legge la piazza come una fotografia di gruppo. La ragazza viola si guarda le scarpe. La signora della lavanda ha chiuso gli occhi, come ai funerali, e muove appena le labbra. Il negoziante ha incrociato le braccia sul petto, strette, come per tenere dentro qualcosa. Il vecchio del cane la guarda, lui sì, dritto, e fa col capo un cenno piccolissimo, quasi niente: adesso sai che lo sappiamo. Nessuno stupore, da nessuna parte. Cento persone e nemmeno una sorpresa: solo pena, e vergogna, e una tenerezza enorme e inservibile, l'aria di una famiglia intera radunata attorno a una cosa rotta che nessuno ha il coraggio di toccare.

Lo sapevano. Tutti. Dal primo giorno.

Il primo istinto di Alba, e lo odierà per sempre, è chiedere scusa. Le sale proprio così, fisicamente, scusate, come quando il trolley faceva rumore sui ciottoli, scusate il disturbo, adesso sistemo tutto. Stringe i denti e la parola non esce. Prova a contare e non c'è niente da contare: i numeri non si attaccano a questa roba qui.

In fondo alla piazza, vicino al porticato, c'è Davide. In piedi, con un bicchiere intero in mano che non beve da chissà quanto. La sta guardando, e Alba vede il momento esatto in cui l'uomo capisce: la sconosciuta della cappella, quella a cui ha consegnato vent'anni di confessione, è la bambina. Il giudice che implorava aveva otto anni ed era sotto la neve. Davide non abbassa lo sguardo. Si siede, questo sì, di colpo, sulla panca dietro di lui, come se le gambe avessero finito il turno. Ma gli occhi non li toglie. È l'unico, in tutta la piazza, che la guarda senza nessuna gentilezza: la guarda e basta, da uguale, da rovinato a rovinata. Gliel'ha detto lui stesso, oggi: lui è quello che si volta.

Poi Adele attraversa la piazza.

Non corre. Cammina, col suo passo da locanda piena, e la folla le si apre davanti senza che lei rallenti, perché è la madre, e le madri non chiedono strada. Arriva da Berto, che sta ancora col braccio mezzo alzato verso la montagna, svuotato dal suo stesso grido, e gli si mette davanti, e gli prende il braccio per il polso, e glielo abbassa, piano, come si abbassa la sbarra di un passaggio a livello.

«Alberto» dice.

Solo questo. Il nome intero. In tre giorni, in questo paese, Alba ha sentito solo diminutivi, Berto, Carletto, la Pina, nomi limati per stare in bocca a tutti; e adesso, nel silenzio totale, questa donna tira fuori un nome con tutte le sue sillabe, e l'effetto è di una severità così antica che perfino la fontana sembra abbassare la voce. Il nome intero, qui, è l'arma estrema. Berto si spegne. Si vede, fisicamente: le spalle scendono, il mento scende, l'uomo che aggiusta tutto si rompe con un click solo, senza rumore.

«Io tenevo la lampada» dice, a nessuno, con una voce piccola.

«Lo so» dice Adele. «Vieni. Si va a casa.»

Lo consegna con un'occhiata a Carletto e al vecchio del cane, che se lo mettono in mezzo come si fa coi feriti che camminano. Passando davanti ad Alba, Berto si ferma un mezzo passo. Da vicino trema.

«Mi scusi» dice.

Ed è la cosa peggiore di tutta la notte, perché è l'unico, in tre giorni, che le ha detto la verità, e adesso è l'unico che chiede scusa.

Lo portano via. Adele resta in mezzo alla piazza, sola al centro di cento persone, e si guarda intorno una volta, lentamente, e nessuno regge lo sguardo tranne la montagna. Quando parla, parla ad Alba, ma a voce alta, ferma, da capotavola: la frase è per tutti, e tutti sanno che è per tutti.

«Il silenzio, qui, è una forma d'amore» dice. «Anche se sbagliata.»

E poi, alla piazza, due colpi di mani, secchi, da maestra:

«È tardi. I bambini a letto. Il resto in piedi, che domani è festa.»

E il paese, piano, riprende a muoversi. Non riprende la festa: riprende il lavoro, che è la sua preghiera. Le donne impilano i piatti, gli uomini smontano la fila di tavoli più lontana, la Pina passa col vassoio raccogliendo bicchieri, e la banda, senza che nessuno l'abbia ordinato, ripone gli strumenti nelle custodie, uno per uno, con una cura speciale, come si mettono a letto i bambini dopo una brutta giornata. Nessuno riattacca a suonare. Nessuno se ne va davvero. Il paese si stringe le maniche e rimette in ordine la sua piazza, intorno alla ragazza ferma vicino alla fontana, e mentre le passano accanto, adesso, la guardano: in faccia, negli occhi, uno per uno. È finita la finzione, e quello che resta è quasi peggio e quasi meglio: per la prima volta da venerdì, il paese la guarda davvero. La signora della lavanda, passando, le stringe il braccio, una volta, forte, lo stesso identico gesto del primo pomeriggio ai tavoli. Allora significava brava. Adesso significa tutto quello che non si può dire, cioè le stesse cose di sempre, cioè: lo sapevamo, perdonaci, mangia qualcosa.

Molto più tardi, quando la piazza è vuota e lavata e le luminarie respirano sopra i tavoli nudi, Alba è ancora seduta sul bordo della fontana. Non è salita in camera. C'è un punto, oltre la stanchezza, in cui il corpo non collabora più coi piani.

Adele esce dalla locanda con due tazze. Ne mette una in mano ad Alba senza chiedere, si siede accanto a lei sul bordo di pietra, con un piccolo gemito da ginocchia vere. Latte caldo. Bevono senza parlare, le due donne, nella piazza vuota, sotto il punto fermo di luce.

«Venerdì sera» dice Alba, alla fine. «Sotto il mio pavimento. Una radio.»

«La mia» dice Adele.

«Due parole.»

«È arrivata.» Adele beve un sorso. «Glielo dovevo. Vent'anni che gli mando su la spesa e le bombole, e in vent'anni gli ho trasmesso solo numeri. Quintali, pezzi, date. Venerdì per la prima volta gli ho mandato una notizia.»

Alba guarda la luce. Il latte le scalda le mani attraverso la tazza.

«Da quando lo sapeva? Che ero io.»

«Da prima che entrasse.» Adele guarda dritto davanti a sé, ai tavoli vuoti. «L'ho vista attraversare la piazza dalla finestra, col trolley. Ha la schiena di sua madre. Sua madre stava così alla lavagna, dritta in quel modo lì, come se la schiena dovesse tenere su anche i muri.» Una pausa. «Mezzo paese ha imparato a leggere guardando quella schiena. Ci si ricorda, di certe schiene.»

Alba chiude gli occhi. Trattiene questa cosa nuova, la mette via con le altre: sua madre adesso è un profumo, un rumore di phon, e una schiena dritta davanti a una lavagna. Il patrimonio cresce di un pezzo per giorno, sempre per vie traverse, sempre di seconda mano. È il modo più lento e più strano di riavere una madre, e lei non ne conosce altri.

«Perché non scende mai?» chiede poi. «Lui.»

Adele ci mette un po'. Quando risponde, la voce è quella della porta della cucina, quella di due sere fa, più bassa di un tono e più vecchia di dieci anni.

«Questo non glielo so dire io.» Si alza, raccoglie le tazze. «E ha smesso di essere giusto che glielo dica io, o chiunque altro qui sotto. Domani lo chieda a lui.»

Lo dice semplice, come si dice l'orario della corriera. Ma è la prima volta, in tre giorni, che qualcuno del paese, invece di chiudere una porta, le indica una salita.

«Parta presto» aggiunge, già voltata verso la locanda. «E si prenda la giacca pesante. Il tempo gira.»

Alba resta ancora un minuto, da sola, con l'ultima metà di latte che si raffredda.

La luce, lassù, è ferma nel nero. Mezzanotte è passata da un pezzo, l'una anche, e la luce è accesa. Si spegne ogni sera alla stessa ora, da vent'anni, e stanotte niente: brucia oltre il suo orario, sopra il paese che ha smesso di fingere, e non si spegne, non si spegne, e quando Alba finalmente sale in camera e si addormenta vestita sopra le coperte, l'ultima cosa che pensa non è una parola: è quel punto giallo dentro il buio, che regge da solo tutta la montagna, come un chiodo.

Lui sa che salgo, pensa. O forse lo sogna già.

E lassù la luce resta accesa fino all'alba, perché certe veglie, dopo vent'anni, sanno riconoscere la loro ultima notte.

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