La neve che sale

Giorno 2: Le crepe

Capitolo 10

Le cornici vuote

Adele la intercetta nel vicolo dietro la locanda, prima che Alba arrivi alla porta. Ha uno scialle sulle spalle e un'aria da congiurata che non le appartiene, o le appartiene benissimo, da prima che esistesse il paese.

«Venga» dice. «Adesso, che sono tutti di là.»

È l'ora giusta, infatti. La sfilata è finita in piazza, la santa è rientrata, e il paese intero è raccolto laggiù tra i tavoli e la banda: i vicoli alti sono vuoti come a gennaio. Adele sale davanti, svelta, per la strada che Alba ha già fatto una volta, di notte, e nessuna delle due lo dice.

Davanti alla casa dei gerani morti, Adele tira fuori dalla tasca del grembiule la chiave che sta sola.

«Vent'anni che me la giro nel grembiule» dice, infilandola nel lucchetto. «Pesa più lei adesso di tutta la casa.»

Il lucchetto resiste, poi cede con uno scatto secco che nel vicolo vuoto suona come uno sparo piccolo. Adele sfila la catena piano, anello per anello, per non fare rumore, e Alba capisce che non è prudenza: è rispetto. Si fa rumore in casa d'altri, non in chiesa.

«Perché?» chiede Alba.

Adele avvolge la catena attorno al polso, come una che ha deciso di tenere le mani occupate.

«Perché lei continua a cercare» dice. «E chi cerca da solo trova le cose nell'ordine sbagliato.» Spinge la porta, che si apre su un buio denso, immobile, più vecchio del buio di fuori. «Io aspetto qui. Dentro non vengo. Le chiavi si custodiscono: usarle non è compito mio.»

Alba entra.

L'aria, dentro, è quella delle case ferme: legno, polvere, e sotto, debolissimo, un odore di vita che non si è mai del tutto arreso, cera vecchia, lana, fumo di stufa di vent'anni fa. Il corridoio è quello della fessura: la passatoia stinta, la cassapanca, e sulla parete, appesa storta, la cornice piccola col disegno. Alba la sfiora con la torcia passando, due figure, la linea scura tra loro, e va avanti, perché la casa è tanta e la sera no.

La cucina è in fondo. La stufa nera, il tavolo di legno spesso, quattro sedie, di cui una scostata, rimasta scostata. Sullo scolapiatti, capovolte, due tazze.

Due.

Lavate, messe a scolare, e mai più toccate. Chi parte prima dell'alba beve il caffè e lava la tazza, perché così si fa, perché la casa si lascia in ordine. Alba guarda le due tazze capovolte e per un momento sente il mattino che le ha lasciate lì: il buio fuori, le frontali sul tavolo, due persone in piedi che bevono in fretta, in silenzio o già discutendo, e poi l'acqua del rubinetto, un gesto di un secondo, l'ultima cosa normale della loro vita. Nessuno ha più rimesso a posto quelle tazze. Rimetterle nella credenza significava ammettere che non servivano più.

Va avanti. Le stanze.

E qui la casa le parla nella sua lingua, quella che Alba conosce meglio di ogni altra: le pareti.

La carta da parati del soggiorno è a righine chiare, sbiadita dove arrivava il sole. E sopra il divano, lungo il corridoio, su per la scala, ovunque, ci sono i rettangoli. Più chiari, nitidi, coi quattro buchi dei chiodi o il segno del gancio: i fantasmi delle fotografie. Alba li legge come legge gli archivi. Qui un formato grande, orizzontale: un matrimonio, o un panorama, o la squadra di qualcosa. Qui una fila di formati piccoli, regolari, alla stessa altezza: anni, questi, una sequenza, una crescita, prima comunione cresima diploma, chissà. Là in alto due ovali: i nonni, i bisnonni, quelli che si appendono in alto perché guardino tutto. Ne conta ventidue, solo al piano terra. Una vita intera documentata, incorniciata, appesa con cura.

E poi prelevata.

Non c'è una sola fotografia in tutta la casa. Le cornici, dove sono rimaste, sono vuote: tre sulla credenza, coricate a faccia in giù, col vetro che ha raccolto vent'anni di polvere, e dentro niente. Qualcuno ha aperto ogni cornice, tolto ogni stampa, rimesso il vetro. Non un ladro: un ladro porta via le cornici d'argento e lascia le foto. Qui è il contrario esatto. Qualcuno ha rubato le facce e lasciato l'argento.

Alba sale al piano di sopra con la torcia bassa. Due camere. In una, il letto matrimoniale dei genitori, fatto, con il copriletto buono. Nell'altra, due letti singoli, ai lati opposti della stanza, e tra i due letti un'intera parete di rettangoli chiari, piccoli, fitti, appesi senza ordine di adulto: foto messe su com'è venuto, con le puntine, negli anni in cui si appendono le cose al muro perché la vita trabocca. Tutti vuoti. Sopra uno dei letti, nel legno della testiera, ci sono tacche di coltellino: date, iniziali? La torcia ci passa sopra. Anche lì: le iniziali sono state scavate via, ripassate col coltello fino a diventare una ferita sola.

È al terzo cassetto che capisce l'estensione della cosa.

Cerca un nome, naturalmente. È venuta per quello: un quaderno, una lettera, un libro con la dedica, un documento dimenticato. La casa dovrebbe esserne piena. E la casa è piena dei posti dove i nomi stavano: un libro di scuola con il frontespizio strappato, netto, lungo la cucitura. Un diario con l'etichetta scollata dalla copertina, e l'ombra della colla rimasta, rettangolare, come le foto sui muri. Una busta con l'angolo del destinatario tagliato via con le forbici. Pagina per pagina, oggetto per oggetto, qualcuno ha fatto in questa casa quello che lo scalpello ha fatto sulla pietra: ha tolto il nome e ha lasciato tutto il resto. Con pazienza. Con metodo. Con una specie di amore rovesciato che ad Alba stringe la gola, perché lo riconosce: è il metodo della nonna, è il metodo di Adele, è il metodo del paese, portato fino in fondo da qualcuno che aveva più da perdere di tutti.

Si siede sul bordo della cassapanca, nel corridoio, per respirare.

Ed è lì, accanto a sé, che vede la scatola di latta.

È una scatola di biscotti di un'altra epoca, tonda, con la vernice consumata agli angoli. Dentro, lo sa prima di aprirla, perché una scatola così c'era anche a casa della nonna, e c'è in ogni casa: il filo, gli aghi infilzati in un cuscinetto, il ditale, le forbicine. E i bottoni. Generazioni di bottoni, scompagnati, di osso e di plastica e di metallo, raccolti da ogni camicia morta della famiglia.

Alba rovista piano, senza sapere cosa cerca, finché non lo trova.

In un angolo della scatola, dentro un involto di carta velina, ci sono sei bottoncini uguali. Piccoli, lisci, come unghie. Identici, in tutto, al bottone della maglietta della volpe: il bottone che lei tocca da vent'anni, nella borsa, sui treni, nelle sale d'aspetto, al buio. I fratelli del suo bottone sono qui, avanzati, conservati nella velina da una mano di madre che non buttava niente.

E c'è dell'altro, sotto: ritagli di stoffa. Una stoffa morbida, infeltrita, consumata dai lavaggi, piegata con cura come si piegano le cose che non servono più ma non si possono buttare.

Alba tiene l'involto nel palmo e non si muove.

Il bottone che conosce meglio di qualunque cosa al mondo, il suo rosario, il suo appiglio, è cucito con dei nodi che lei ha sempre dato per scontati. Nodi piccoli, fitti, troppi. Ha sempre pensato: i nodi di mia madre. Per vent'anni, toccandoli al buio, ha toccato sua madre.

I nodi non sono di sua madre.

La madre dei gemelli non sapeva fare i giocattoli, e lo disse: io i giocattoli non li so fare. Poi prese la maglia vecchia del marito, quella infeltrita che ormai non passava più dal collo, e in tre sere d'inverno, dopo cena, con la scatola di latta aperta sul tavolo, la disfece e la ricucì in forma di volpe. Venne fuori storta. La coda troppo grossa, un orecchio più corto dell'altro, il muso da faina. Il padre disse che pareva una martora investita. La madre disse che chi parla tanto poi dorme fuori.

Era per tutti e due, la volpe. Una per due: i gemelli funzionavano così, una slitta per due, una bici per due, mezz'ora per uno. La volpe dormì una settimana nel letto di lui e una nel letto di lei. Durò fino al terzo scambio.

Perché lei una sera, restituendola, disse il nome.

Lo disse e basta, come si dice una cosa che esiste già. Il fratello rise: e che nome è? Non è un nome da volpe. La madre, dal lavandino, disse: e di chi è questo nome? È il suo, disse la bambina. E nessuno trovò niente da ribattere, perché era vero nel modo in cui sono vere le cose dette dai bambini a quell'ora della sera.

Da quel giorno la volpe rispose solo a lei. Le cose, si sa, vanno con chi le chiama per nome.

Alba apre la velina, conta i bottoncini. Sei. Ne mancano all'appello: chissà quanti ne aveva la camicia da cui vengono. Uno, lo sa lei, è a venti metri da qui, in una stanza di locanda, cucito al petto di una volpe di pezza dentro una borsa chiusa.

Il bottone si perse d'estate, in falesia, l'anno dei dieci anni. La volpe viaggiava nella cintura, come sempre, e a fine giornata la maglietta era aperta sul petto di pezza e il bottone non c'era più. Lei rifece il sentiero al contrario per un'ora, a testa bassa, e il fratello dietro, perché era già allora il tipo che va dietro. Lo trovò lui, nell'erba, e glielo mise in mano senza dire bravo nessuno dei due.

Ricucirlo volle farlo lei. La madre allungava le mani e lei niente, di traverso sul tavolo, la lingua tra i denti. Fece sette nodi. La madre disse che bastava il terzo. Lei disse che gli altri quattro erano perché non succedesse mai più.

E non successe mai più.

Alba ripiega la velina, la rimette nell'angolo della scatola, chiude il coperchio. Non prende niente. In questa casa hanno già preso tutto quelli che ne avevano il diritto, e lei, qui dentro, un diritto solo ce l'ha: quello di aver tenuto, per vent'anni, sette nodi al sicuro senza saperlo.

Si alza per uscire. E nel corridoio, alla luce bassa della torcia che stavolta arriva dall'angolo giusto, il disegno la sta aspettando.

Due omini, le braccia a bastoncino, in piedi su una montagna a triangolo. La linea scura che li lega, da una vita all'altra, disegnata con la cera premuta forte, ripassata. Sotto, due paia di gambe storte, un sole d'angolo. E nella figura più piccola, all'altezza del fianco, dentro una tasca disegnata grande perché ci stesse tutto, un puntino rosso.

Alba resta davanti al disegno per molto tempo.

Ora sa. Lo sapeva da stamattina, lo sapeva forse dalla corriera, ma adesso lo sa nel modo in cui si sanno le cose disegnate: la volpe era sua. Da bambina e da grande, in falesia e in parete, nella cintura e nella tasca, fino all'ultima mattina. La volpe è salita con lei, quel giorno.

Ed è scesa con me.

Il pensiero arriva così, in prima persona, nudo, e Alba lo lascia stare. C'è un solo tratto di mondo, tra quella tasca disegnata e la cerniera chiusa fino al collo di una bambina mezza morta, e quel tratto nessuno l'ha visto, e in quel tratto c'è tutto quello che è venuta a cercare e tutto quello da cui la proteggono da vent'anni.

Fuori, Adele aspetta nel vicolo buio, dritta, con la catena ancora avvolta al polso. Non chiede com'è andata. Richiude il lucchetto, riavvolge la catena anello per anello, in silenzio.

«Chi ha tolto i nomi?» chiede Alba. «Dai libri, dai quaderni. Le foto.»

Adele finisce il suo lavoro. Si rimette la chiave nel grembiule.

«Chi non ce la faceva più a leggerli» dice.

E poi, prendendola sottobraccio con una confidenza che non si era mai presa, voltandola verso il chiarore e la musica che sale dalla piazza:

«Venga. Stasera è la sera grande. Qualunque cosa lei abbia in tasca adesso, stasera la lasci in camera. Il paese stanotte balla, e domani è un altro giorno.»

Scendono insieme verso le luci. Alba non dice che in tasca non ha niente. Non dice che tutto quello che ha al mondo sta in una borsa chiusa su una sedia, e ha un bottone con sette nodi. Si lascia portare sottobraccio da questa donna che custodisce le chiavi di tutto, e che le ha appena aperto una casa e nessuna delle porte vere, e camminando le viene un pensiero che non aveva mai avuto in questa forma: che il silenzio, qui, lo fanno con le stesse mani con cui fanno i fiori. A regola d'arte, e da molto, molto tempo.

La piazza, sotto, è piena come un bicchiere. La banda attacca il pezzo buono.

La sera grande comincia.

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