La neve che sale

Giorno 2: Le crepe

Capitolo 9

L'uomo dei fiori

Il sentiero parte dietro la chiesa, dove finiscono gli orti, con un gradino di pietra consumato in mezzo come lo zerbino della locanda. Alba sale col passo di chi non ha fretta, e dopo dieci minuti si accorge che il passo non è suo: è del sentiero. C'è un ritmo, in questa salita, un'alternanza di strappi e di respiri, e il suo corpo lo conosce. Rallenta prima dei tratti ripidi, senza vederli arrivare. Le sue gambe hanno fatto questa strada, una volta. Le sue gambe, non lei.

Sotto, il paese si restringe e si scopre: i tetti, la piazza con il telaio che da qui è un francobollo scuro, la sfilata che si sta formando lungo la via, la santa di legno che esce dalla chiesa sulle spalle di otto uomini, piccola e dorata come un giocattolo. La banda attacca. Il suono arriva in ritardo, staccato dalle figure, e per tutta la salita resta così: un paese che si muove, e la sua musica che lo insegue senza raggiungerlo mai.

Più sale, più la parete cresce. Non si avvicina: cresce. E il cielo, che stamattina era pulito, adesso ha una garza sottile, alta, che viene da ovest, di quelle che non fanno ombra ma la promettono.

La cappella sta dove il sentiero gira e si riposa: una costruzione piccola, imbiancata a calce, col tetto di lamiera dipinta e una panca di legno contro il muro. Dentro la nicchia, dietro una grata, una Madonna di gesso col manto sbiadito. Ai lati, avvitate al muro, targhe di latta e di marmo: PER GRAZIA RICEVUTA, 1951. P.G.R., 1964. PER GRAZIA RICEVUTA, 1978, con due nomi. Alba le legge tutte, per mestiere e per vizio. Si ferma su quello che manca: di vent'anni fa non c'è niente. Le grazie, quell'anno, non sono state ricevute.

Sulla pietra davanti alla grata ci sono fiori freschi. Da prato: campanule, margherite grandi, un ciuffo di genziane, legati con lo spago da pacchi, ancora vivi di stamattina. Nessun biglietto. Nessun nome. In un paese che scrive nomi su fiori di carta, qualcuno porta fiori veri senza scriverci sopra niente.

L'uomo è seduto sulla panca, all'ombra.

Non l'aveva visto, arrivando, perché sta fermo come stanno fermi quelli che lo fanno da molto tempo. Sui cinquanta, ordinato, una camicia da città stirata male da un uomo solo. Ha le mani sulle ginocchia. Guarda il vallone, non lei.

«Sapevo che prima o poi saliva qualcuno» dice. «Vent'anni che aspetto qualcuno. I primi anni pensavo a un carabiniere. Poi a un giornalista. Poi più niente, e quello è stato l'anno peggiore.» Si volta a guardarla. Ha una faccia gentile e consumata, da insegnante. «Lei non è di qui.»

«No.»

«Nemmeno io. Mi chiamo Davide.»

Lo dice porgendolo, il nome, come si porge la mano. È la prima persona, in due giorni, che ad Alba ha detto il proprio nome per intero, senza che nessuno glielo chiedesse. Bisognava salire fin qui: i nomi, in questo posto, galleggiano solo sopra una certa quota.

«Si sieda» dice. «Tanto ormai. Lei è qui per quello per cui sono qui io, lo so dal modo in cui ha letto le targhe. Non importa chi la manda. Mi sono preparato per vent'anni e adesso che c'è qualcuno mi accorgo che vorrei ancora un minuto.»

Si prende il suo minuto. Il vento alto sposta la garza nel cielo. Poi comincia, e si sente che ogni frase è stata detta mille volte, da solo, in macchina, di notte: una confessione con le pieghe stirate, come la camicia.

Insegno matematica alle medie. Glielo dico subito perché c'entra. Insegno ai ragazzini che la probabilità non è una colpa e non è un merito: se lanci un dado ed esce sei, il dado non è bravo. Ci credevo. Era la mia materia e la mia religione. Poi sono venuto qui un fine maggio, con due amici, a fare l'ultima neve.

Eravamo tre. Bravi, eh. Non incoscienti: bravi. Trentadue anni io, gli altri due meno. Sci d'alpinismo, il rito di chiusura della stagione: si saliva la domenica presto, si scendeva per pranzo. Quel giorno c'era la festa, qui sotto, e ci piaceva l'idea di scendere dentro la musica.

Il piano era il vallone di là, quello buono, quello che si fa sempre. Ma la neve era meglio di qua, si vedeva dal colle: un pendio pieno, intatto, che chiedeva. E noi avevamo le gambe buone e il cielo... il cielo glielo dico dopo. Abbiamo tagliato. Una traversata, dieci minuti, sopra il canalone. Dieci minuti. Ho rifatto quel pezzo di mappa per vent'anni, ogni notte dei primi anni e ogni maggio di quelli dopo: sono millecento metri. Si fa in dieci minuti. Si disfa mai più.

A metà traversata il manto ha parlato.

C'è un suono che fa la neve quando cede sotto, in profondità: un tonfo sordo, largo, whump, lo chiamano così anche i manuali. Io l'ho sentito. Oppure l'ho letto dopo, nei manuali, e l'ho cucito nel ricordo perché ci stava bene, perché dava un senso. Glielo dico onestamente: non lo so più. L'ho raccontato a me stesso troppe volte. La memoria è come i miei ragazzini: se le ripeti la lezione abbastanza, impara anche le cose sbagliate.

Quello che so è che abbiamo accelerato. Nessuno ha detto niente. Tre persone che accelerano insieme senza parlare: quella è una confessione, già quella. Siamo usciti dalla traversata, abbiamo passato il colle, e gli altri due hanno cominciato a scendere di là, verso la valle buona, via dal pendio.

Io no. Io mi sono voltato.

Non lo so perché. Per controllare, ho detto per anni. Per niente: ci si volta o non ci si volta, è una cosa che si è, non una cosa che si decide. Dal crinale si vedeva tutto il vallone di qua: il pendio che avevamo tagliato, il canalone sotto, e in alto, sul nevaio, due figure.

Piccole. A un chilometro, forse più. Due tratti di matita sul bianco. E la luce era già malata, signora mia, questo lo giuro sui miei vent'anni di insonnia: una luce bianca, piatta, che mangiava i bordi delle cose, e sopra la cresta le nubi bollivano. Bollivano. Mi hanno detto che qui c'è chi si ricorda il sole, quel giorno. Buon per lui. Il cielo che ricordo io aveva già finito di essere un cielo.

Le due figure salivano ancora.

E quella davanti tirava. Non mi chieda come si vede, da un chilometro, chi dei due tira: si vede. Il passo di chi tira è un passo che non aspetta. Quella dietro si fermava, ogni tanto, un attimo, il tempo di niente. Quella davanti mai. Saliva come salgono quelli che hanno già deciso, da qualche parte sopra di loro, una cosa che gli altri non vedono.

Era lei. L'ho saputo dopo, chi erano, dai giornali, dalle voci. Ma anche lì, da subito: era lei davanti. O l'ho deciso dopo anch'io, come il whump? No. Questo no. Questo lo difendo: davanti c'era lei, e tirava.

Se erano legati non glielo so dire. A quella distanza la corda non si vede: si vede solo se uno aspetta l'altro. Non si aspettavano. O si erano appena aspettati. Lo sente come si sbriciola, tutto, appena lo tocco con le parole? Vent'anni di questo. Ogni dettaglio che provo a stringere mi resta in mano in polvere.

Sono sceso anch'io, dietro gli altri. Di là, dalla valle buona. Alle dieci e quaranta eravamo al colle, questo è certo, c'è la foto: Sandro aveva la macchinetta, abbiamo perfino fatto una foto, tre cretini felici col vento nei capelli. Io in quella foto sto già guardando indietro. Si vede. Ho l'occhio fuori inquadratura.

La neve è scesa alle undici e venti. Noi eravamo già sotto, dall'altra parte, al parcheggio. Non abbiamo sentito niente: le valli sono sorde tra loro. L'abbiamo saputo al bar, alle due, da una radio. Tre dispersi sotto la festa. E lì, signora, lì c'è il minuto esatto in cui la mia vita si è divisa: perché ho pensato subito alla traversata, e ho guardato gli altri due, e loro hanno guardato me, e nessuno dei tre ha detto una parola. Di nuovo. La seconda volta in un giorno: tre persone che accelerano insieme, in silenzio.

Non l'abbiamo mai detto. Non ai carabinieri, non ai periti, non alle mogli. Io non l'ho detto nemmeno al prete, e ci sono andato, dal prete, due volte, e tutte e due le volte ho confessato cose piccole, con la voce di uno che confessa cose piccole, e il prete mi ha dato tre avemarie e io ho lasciato il resto fuori dalla grata, legato fuori, come un cane.

Poi è uscita la perizia. Tracce di traversata sopra il canale: tre. Vento nei giorni precedenti, cresta caricata, innesco non determinabile. Non determinabile. Lei non può capire cosa fa, quella parola, a uno della mia materia.

Io ho rifatto il calcolo, sa. Sul serio, coi numeri. Il carico del vento sul pendio, l'angolo, trentotto gradi, il peso di tre uomini con gli sci, la distanza dal punto di distacco, le tre ore che passano tra il nostro passaggio e il collasso. Tre ore: il manto può tenere una ferita per tre ore e poi cedere, succede, è documentato. O può cedere per conto suo, per il sole che gira, per un cristallo che si gira nel sonno. Ho tutti i numeri. Li ho messi in fila cento volte. Sa quanto fa, il calcolo?

Fa forse. Con tutti i decimali che vuole: forse.

Non sappiamo se siamo stati noi. È questo che ci ha rovinati: non saperlo. La colpa intera, almeno, è una casa: ci entri, ci accendi la luce, ci abiti. Il forse è un pianerottolo. Vent'anni su un pianerottolo, signora, con le chiavi in mano, e la porta che non è mai la tua.

Sandro è morto sette anni fa. Di malattia, in un letto, coi parenti intorno e la morfina, e al funerale piangevano tutti la stessa cosa e io ne piangevo un'altra, e nessuno l'ha saputo. L'altro, Franco, vive all'estero. Risponde agli auguri di Natale, due righe. Una volta, dieci anni fa, gli ho scritto: ci pensi mai? Mi ha risposto: a cosa?

A cosa. Capisce? Lui ha scelto di non sapere nemmeno dentro di sé. Funziona, mi dicono. Pare che funzioni.

Si ferma. Il vento adesso è più fresco, e la garza nel cielo si è fatta tela. Giù in fondo, nel paese, la sfilata dev'essere arrivata in piazza: arriva un applauso lungo, piccolissimo, come una pioggia su un altro tetto.

«Perché torna?» chiede Alba. «Ogni anno. Perché lei sì e lui no?»

«Perché io mi sono voltato.» Lo dice subito, senza pensarci: è l'unico pezzo della confessione che non ha mai avuto bisogno di prove. «Gli altri due non si sono voltati, e chi non si è voltato può raccontarsi che non c'era niente da vedere. Io le ho viste. Due figure che salivano. Chi si volta, signora, poi torna. Tutta la vita, torna.»

Raddrizza con due dita lo spago dei fiori, che era già dritto.

«Fin qui» dice. «Mai più su. Il canale non si vede, da qui: si vede da più sopra, dal salto. Io non vado più sopra. Questo è il mio confine, me lo sono dato il secondo anno, quando ho capito che ci sarei tornato per sempre. Ognuno si dà il confine che riesce a permettersi.»

Poi si volta verso di lei, e per la prima volta da quando parla la guarda davvero, e negli occhi ha una cosa nuda e ordinata insieme, da ultimo giorno di scuola.

«Le chiedo una cosa sola, e poi la lascio scendere, che stasera lì sotto è la sera grande. Lei adesso sa. È l'unica persona al mondo, oltre a me e a uno che non vuole, che sa. E allora me lo dica: siamo stati noi?»

Alba guarda il vallone. Pensa al cielo pulito di Berto e alle nubi che bollono di quest'uomo, lo stesso cielo, lo stesso giorno, due assoluzioni che non possono stare nella stessa aria. Pensa agli orari che mancano, ai calcoli che fanno forse. Pensa che quest'uomo aspetta un verdetto da vent'anni e che lei è venuta fin quassù a cercare un nome, e che sono la stessa miseria: gente in fila davanti a uno sportello che non ha mai aperto.

«Non lo so» dice.

Davide chiude gli occhi. Un momento lungo. Quando li riapre sono lucidi e fermi.

«Grazie» dice. «Vent'anni che me lo dico da solo, e da solo non vale niente. Detto da fuori è quasi una sentenza. Assolto per non saperlo. È poco. È il massimo che c'è.»

Alba si alza per scendere. Ai fiori freschi, passando, dà un ultimo sguardo: vivi, anonimi, già un po' piegati dal vento.

«Non gli scrive mai niente» dice. Non è una domanda.

«Non so che nome scriverci» dice Davide.

E rimane lì, seduto al suo confine, con le mani sulle ginocchia, mentre lei scende verso la musica. All'ultima svolta utile Alba si volta a guardarlo: è piccolo contro il muro bianco della cappella, fermo, dritto, come una targa di latta senza grazia ricevuta.

Il paese, sotto, sta accendendo la sera grande.

10 di 19