Alle dieci la sala della locanda è vuota e odora di caffè e di cera. Fuori, il paese monta la sfilata: si sentono gli ordini, i fischi, un clarinetto che fa le scale. Berto è al tavolo d'angolo, quello da cui si vede la porta, e Alba capisce solo sedendosi che è lo stesso posto che sceglie lei, sempre, in ogni locale del mondo.
Adele arriva senza che nessuno la chiami. Posa davanti a Berto un caffè con accanto il bicchierino, e lo guarda.
«Il primo» dice. A lui, non ad Alba.
«Segna pure» dice Berto.
Tra i due passa qualcosa di vecchio e di esatto, una contabilità che non ha più bisogno di parole. Adele posa un caffè anche davanti ad Alba, normale, e se ne torna al bancone, dove resta, a lucidare bicchieri già lucidi, alla distanza precisa da cui non si sente e si vede tutto.
Berto versa il bicchierino nel caffè con la mano ferma. Beve un sorso. Posa la tazza al centro esatto del piattino.
E comincia, senza che Alba abbia chiesto niente, perché l'appuntamento era questo.
Trent'anni di rifugio, prima di quel giorno. Glielo dico subito, così sa quanto pesare il resto. E le dico anche un'altra cosa, che non dico mai: questa storia l'ho raccontata tante volte. Ai carabinieri, due volte. Ai periti, tre. A me, tutte le notti per un pezzo. Le verrà fuori lucida, vedrà. Non si fidi della lucidità. La lucidità non è memoria: è usura.
Il rifugio l'aveva costruito il consorzio nel sessantotto. Quaranta posti, la teleferica per i rifornimenti, la radio. La radio era una Geloso, poi una ICOM, l'ultima. Canale di valle, otto e nove. La tenevo accesa dalle sette alle nove di sera, che era l'orario, e di giorno quando ero dentro. Questo per dirle che io gli orari li rispettavo. Li rispettavo tutti.
Lei chiamava il martedì e il giovedì.
I gemelli, dico. Lei. Quando si allenavano in parete, faceva il check: salendo, in cima, scendendo. Tre chiamate. Lui non chiamava mai, e non è un'accusa: c'era lei per tutti e due. Io la conoscevo prima dal respiro che dalla voce. La radio mangia le voci, le fa tutte uguali, ma il respiro no, il respiro passa. Tre scariche e un respiro: era lei. Diceva la quota, diceva il tempo, chiudeva. Mai una parola in più. La gente del paese le dirà il talento, la ragazza d'oro, quella roba lì. Io le dico questo: in trent'anni di radio, i morti che ho sentito morire erano tutti gente che non chiamava. I prudenti chiamano. Lei chiamava sempre.
Quel mattino li ho visti alle sei e dieci.
Sveglia alle cinque e mezza, come sempre. Loro sono passati col primo grigio, sotto il rifugio, dove il sentiero fa la spalla. Si erano fermati. Discutevano.
Io ero dentro, coi vetri chiusi. Le parole non passavano, passavano i toni. Il tono di lei era quello di chi vuole tornare. Questo lo so. Non mi chieda come lo so, se non ho sentito le parole: lo so come si sa il tempo dalla bandiera di neve, si legge da fuori, non serve il dentro. Lei indicava giù, col braccio. Due volte. Lui guardava su.
Non sono uscito. Tra fratelli non si entra. Questa è una regola giusta, e gliela dico lo stesso: è una regola giusta che da vent'anni mi sta sullo stomaco.
Poi hanno finito di discutere, come finiscono i fratelli, che da fuori non si capisce chi ha vinto. E sono saliti. Tutti e due. Questo lo metta in fila con tutto il resto: hanno deciso loro, insieme, alle sei e un quarto, davanti ai miei vetri. La radio a quell'ora era accesa.
Il cielo era pulito.
Glielo dico come l'ho detto ai periti: pulito. Stelle fino alle cinque, poi un'alba senza una sbavatura. Il vento della notte era caduto. C'era stato vento in quota, sì, due giorni, ma all'alba era caduto, e un cielo così a maggio uno se lo segna sul calendario. Il gestore guarda il cielo. Il cielo era la mia parte di lavoro, e la mia parte di lavoro quel mattino era pulita.
Alle otto e cinque ho spento la radio.
L'orario di chiusura era alle nove. Lo so. Lo sapevo anche allora. Avevo davanti tre ore e mezza di discesa, la festa che cominciava a mezzogiorno, e in trent'anni la festa non l'avevo persa mai. Questa è la ragione che ho messo a verbale. Ce n'era un'altra, che a verbale non c'è e non ci andrà: ce l'avevo da trent'anni, ce l'ho ancora, ed è affar mio. Le ragioni quella mattina erano buone. Sono diventate cattive alle undici e venti.
Sono sceso. Ero in piazza alle undici e mezza, undici e trentacinque. Avevo il bicchiere in mano, il primo. Stavo ridendo. Questo nel verbale non c'è: ce lo metto io. Quando è arrivato il rumore, io stavo ridendo, e mi ricordo di cosa, ed è una cosa che non fa più ridere nessuno, perché da quel giorno è diventata l'ultima cosa di prima.
Il rumore l'ha sentito tutta la piazza. La banda si è spenta a pezzi, uno strumento alla volta. Poi è arrivata la polvere, in alto, come un fumo bianco che usciva dal canalone sbagliato, da dove la neve non scende. Non scendeva, dico. Non era mai scesa.
Berto si ferma. Guarda la tazza vuota, la sposta di un centimetro, come per allinearla a qualcosa che vede solo lui. Al bancone, Adele ha smesso di lucidare. Non si è avvicinata. Ha solo smesso.
Sono salito col primo gruppo, alle dodici e dieci. Pale, sonde, i cani sono arrivati alle due da fuori valle. Il sentiero alto non c'era più: c'era un campo bianco, duro come il cemento quando si ferma, coi blocchi grossi così. La maestra e il marito li hanno trovati alle tre e dieci e alle tre e mezza. Vicini. Questo lo dico perché è nel fascicolo, e perché a lei, mi pare, le cose dette a metà non piacciono.
La bambina niente. I gemelli niente. E il tempo intanto chiudeva: alle quattro è entrato il bianco, quello fitto, che non è nebbia, è il cielo che viene giù a finire il lavoro. Alle cinque ci hanno fatti scendere. Io non volevo. Sono sceso. Anche questo lo metta in fila.
Alle sei e quaranta è uscito dal bianco.
Io c'ero, in piazza. L'ho visto a venti metri, quando ha bucato il muro, e le dico una cosa da verbale: camminava in linea retta. Nel whiteout nessuno cammina dritto, nemmeno io, nemmeno dopo trent'anni. Lui sì. Dritto come un filo a piombo, con la bambina dentro il giaccone.
L'abbiamo presa in quattro. Il medico della festa c'era, per fortuna, quello dell'ambulanza di valle. La bambina aveva trentaquattro e due di febbre, il polso piccolo, le labbra grigie. Addosso aveva il vestito buono, fradicio, gelato. Il pupazzo ce l'aveva dentro la giacca, contro il petto, con la cerniera chiusa fino al collo. Ho dovuto aprirla io, la cerniera, perché il medico voleva il torace. Me lo ricordo perché era l'unica cosa asciutta che aveva addosso, quel pupazzo, l'unica in tutta la bambina, e uno nota le cose fuori posto. Poi il medico ha fatto il suo, e io ho tenuto la lampada, e basta, questo è quello che ho fatto io quella sera: ho tenuto la lampada.
Alba ha le mani intorno alla tazza fredda. Ascolta un uomo di settant'anni descrivere il primo soccorso a una bambina di otto, trentaquattro e due, le labbra grigie, e la bambina è lei, ed è la prima volta in vita sua che qualcuno le racconta il suo stesso salvataggio, e glielo racconta come si legge una bolla di consegna. Si tiene al bordo del tavolo, piano, con due dita. Da fuori arriva il clarinetto, che adesso ha trovato la sua marcia.
Lui non ha detto una parola, quella sera. Aveva le mani aperte dal gelo, la carne viva. Qualcuno gli ha buttato una coperta sulle spalle. Quando hanno portato via la bambina con la jeep del medico, ha fatto per alzarsi e non si è alzato. E il giorno dopo era di nuovo su, con le squadre, e il dopo ancora, e tutto giugno.
La sorella non l'hanno trovata. Lei lo sa già, glielo ha raccontato la fiaba. La fiaba almeno lì non sbaglia.
Poi è venuta la perizia. Gliela faccio corta, che la perizia è lunga e non conclude: sopra il canale c'erano tracce, tre, di traverso, di quella mattina. Tre che tagliavano il pendio dove non si taglia. Il vento dei giorni prima aveva caricato la cresta, dice la perizia, e l'innesco, dice la perizia, non è determinabile. Non è determinabile. Ci ho dormito sopra vent'anni, su quelle due parole, e ancora non so se sono una grazia o una condanna. E la mia radio, nel fascicolo, ha sei righe. Le so a memoria. Spegnimento anticipato di cinquantacinque minuti, ininfluente ai fini dell'innesco. Ai fini dell'innesco, capisce. Della valanga non è colpa della radio, questo lo dice anche la scienza. La radio serviva dopo. Il dopo non è scienza.
E adesso le dico la cosa che non è mai stata scritta da nessuna parte, gliela dico perché tanto lei è qui per questa, anche se non lo sa.
Da quando ho spento, alle otto e cinque, a quando è scesa la neve, alle undici e venti, ci sono tre ore e un quarto. Se in quelle tre ore e un quarto qualcuno ha schiacciato un tasto e ha parlato dentro il canale otto, quella voce è andata nel niente. Non c'è registro. Non c'è nastro. La radio analogica non si ricorda niente: o c'è uno che ascolta, o è come non aver parlato. Forse non ha chiamato nessuno. Forse era tutto già scritto comunque, col cielo pulito e la cresta carica. Nessuno poteva sapere. Io questo lo dico da vent'anni: nessuno poteva sapere. È vero, sa. È la cosa più vera e più inutile che possiedo.
Il silenzio non è una prova. Il silenzio non è nemmeno silenzio, se nessuno l'ha sentito. È questo il mio problema con Dio, se le interessa: che ha fatto il mondo in modo che certe ore non si possano più riascoltare.
«Come si chiamava?» chiede Alba. Piano. «La sorella.»
Berto la guarda. Per un lungo momento sembra che il verbale si sia rotto, che la pagina sia finita. Quando risponde, la voce è la stessa, ma viene da più in basso.
Il suo nome io l'ho detto alla radio per anni. Due volte a settimana, col nominativo, come si deve. L'ho detto quando serviva, quando rispondere voleva dire che era viva. Sono l'unico, qui, che il nome l'ha consumato per il verso giusto. È per questo che ho il diritto di non dirlo più. Gli altri tacciono per paura o per pietà. Io taccio per servizio.
Le dico invece le cose che servono a lei, e poi ho finito, che alle undici devo aggiustare una grondaia.
Il rifugio l'ha preso lui. Me l'ha mandato a dire l'anno dopo, tramite il notaio: le carte sono andate su e giù con la teleferica, non ci siamo visti. Da allora non scende. Lei mi guarda e pensa: e i recuperi? Glielo dico io: mai. Mai una volta, in vent'anni, che sia sceso a cercarla col disgelo, mai una squadra che l'abbia visto. C'è chi racconta il contrario, che lui cammina la linea della neve ogni giugno. Sono storie. Belle, anche. Qui le storie le sanno fare.
E la radio, lassù, adesso è sempre accesa. Sempre. Notte e giorno, me l'ha detto chi gli porta su la roba. Io la spegnevo per dormire, alle nove, da regolamento. Lui ci dorme dentro, nel rumore. Non è un rimprovero, dirà qualcuno. Io faccio manutenzione da una vita: una correzione la riconosco quando la vedo.
Una volta sono salito. Una sola, sarà dodici anni fa, e avevo bevuto, sennò non salivo. Quattro ore col fiato che non veniva. Lui mi ha aperto, non ha chiesto niente. Mi ha fatto sedere e mi ha dato la minestra. A me. Capisce cosa vuol dire? La minestra. A me. L'ho mangiata, perché davanti a uno così la minestra si mangia. E alla fine gli ho fatto la domanda che mi ero portato su con la grappa, quella che in paese non si fa, la domanda per cui ero salito.
Gli ho detto: voi due eravate gemelli. Voi vi sentivate, no? Si dice così, dei gemelli. E allora dimmi: quel giorno. L'hai sentita?
Lui ha finito di mangiare. Si è alzato, ha lavato il suo piatto, l'ha messo via.
Il mio l'ha lasciato lì.
Sono sceso che era buio, e non sono mai più salito, e lui non è mai più stato nominato da me fino a stamattina, davanti a quella pietra, con lei.
Berto si alza. Mette sul tavolo due monete, esatte, contate, e Adele dal bancone non dice niente, il che dev'essere un'altra clausola del loro contratto. Si infila la giacca con la lentezza di chi ha le spalle bloccate da sempre.
«Un'ultima cosa» dice, in piedi, e adesso parla di nuovo come al memoriale, da bollettino. «Alla cappella del sentiero, da vent'anni, una volta all'anno, qualcuno lascia fiori veri. Senza nome. Non è uno del paese. Viene per la festa, dorme alla pensione nuova, sale fin lì e si ferma lì. Stamattina l'ho visto scendere dalla corriera.»
«Chi è?»
«Uno che conta, come me.» Si abbottona. «Tre tracce sopra il canale, signorina. Tre. E da vent'anni, ogni anno, uno solo che porta fiori. Io i conti li so fare. Sono gli unici che mi tornano.»
Va verso la porta. Sulla soglia si ferma, senza voltarsi, la mano sullo stipite.
«Mi chieda qualsiasi orario, di quel giorno. Li ho tutti. Le otto e cinque, le undici e venti, le sei e quaranta. Tutti.»
Un secondo.
«È l'ora in mezzo che mi manca.»
E esce nella piazza piena di banda.
Adele arriva al tavolo, prende la tazza e il bicchierino, pulisce un cerchio che non c'è. Alba la guarda.
«Sono giusti, gli orari?» chiede.
«Li ripassa da vent'anni» dice Adele. «Saranno diventati giusti per forza.»