La neve che sale

Giorno 2: Le crepe

Capitolo 7

Il nome scalpellato

Si sveglia alle sei e un quarto, prima della sveglia, con la sensazione precisa di non aver chiuso una porta. La stanza è grigia e calma. Dal vicolo viene il rumore di un furgone che fa manovra, e una voce che guida la manovra con la pazienza di chi lo fa da trent'anni.

Scende che non sono ancora le sette. Adele è dietro il bancone, naturalmente, con i capelli già fatti e il grembiule già sporco di farina, come se la notte fosse una formalità che riguarda gli altri.

«Già in piedi» dice. Non è una domanda.

«Il letto è buono. È la testa che non collabora.»

«Qui l'aria fa così, i primi giorni.» Le mette davanti il caffè senza che nessuno l'abbia ordinato. «Poi o si dorme come i sassi, o si diventa come me. Speriamo i sassi.»

Il caffè è forte e giusto. Adele sparisce in cucina, ricompare con una fetta di torta di ieri, la posa accanto alla tazza con la faccia di chi sfida qualcuno a dire qualcosa, e se ne va a litigare con la macchina del pane.

Fuori, la piazza ha l'aria stropicciata e dolce dei giorni dopo la musica. Due uomini impilano le sedie, una donna spazza coriandoli e stelle filanti spente, il palco vuoto sembra più piccolo. La parete, lassù, ha la prima luce addosso: i canaloni alti sono accesi, di un chiaro che non scalda, e il resto è ancora ombra.

Alba attraversa fino alla fontana. Lo fa con naturalezza, come se andasse a vedere l'acqua, e invece va a vedere il telaio. È fiorito anche stanotte: ci sono fiori nuovi, tre, quattro, legati in alto, e uno è storto come quelli dei principianti, e chissà chi è passato di qui col buio, dopo il ballo, col suo pennarello.

Cerca l'anno. Ancora niente. Vent'anni e nessun fiore, in mezzo a tutti gli altri anni fioriti.

Poi va dove deve andare da ieri pomeriggio.

Il porticato piccolo della chiesa, a quest'ora, è deserto. La lapide è lunga quasi quanto il muro: pietra chiara, locale, il bordo lavorato semplice. In alto, una sola riga incisa più grande: AI NOSTRI MORTI DELLA MONTAGNA. Sotto, le colonne.

Alba legge come sa leggere lei, dall'inizio, con metodo. È il suo mestiere, mettere ordine nelle cose ferme.

I primi anni sono di un altro secolo. Date sole, qualche nome mangiato dal tempo. Poi gli anni si infittiscono: i nomi diventano leggibili, due qui, uno là, un anno terribile con cinque righe tutte uguali, e lei capisce dalla data che dev'essere stata una guerra o una disgrazia grande, e non c'è nessuno a cui chiedere e comunque non chiederebbe. Riconosce cognomi che ha già sentito ieri, ai tavoli, vivi. Le famiglie qui muoiono e continuano, muoiono e continuano, come i gerani.

Prima di partire, una sera, ha cercato in rete. L'archivio del giornale di valle comincia solo nel duemilanove. Di quei giorni ha trovato un lancio d'agenzia, quattro righe: una valanga, tre vittime, una famiglia del posto e una giovane alpinista. Le iniziali e basta. La montagna, su internet, è quasi pulita come questa pietra.

Trova l'anno a metà dell'ultima colonna.

Lo trova prima con lo stomaco che con gli occhi, perché gli occhi leggono i numeri e lo stomaco li sa già. Sotto l'anno ci sono tre righe.

Le prime due portano il suo cognome.

STEFANO. MARTA.

Sono lì, incisi nella pietra chiara, con la stessa cura di tutti gli altri, alla loro distanza regolamentare. Suo padre e sua madre, in fila con i morti di cent'anni, in mezzo a un paese che li tiene scritti e non li dice. Alba sta ferma. Conta, da qualche parte dentro, senza numeri. Si accorge che è la prima volta che li vede scritti fuori da un documento: non su un certificato, non su una carta bollata. Scritti perché restino. E si accorge di un'altra cosa, che la piega più della prima: non sa che suono abbiano. La nonna non li pronunciava. Lei non li ha mai detti ad alta voce, nemmeno da sola, nemmeno una volta in vent'anni. Suo padre e sua madre sono due nomi che lei sa solo leggere.

Poi guarda la terza riga.

La terza riga non c'è.

C'è il suo posto. C'è lo spazio, regolare, alla distanza giusta dalle altre due. E dentro lo spazio la pietra è rotta: colpi fitti, decisi, uno accanto all'altro, che hanno cavato via la superficie per tutta la lunghezza della riga. Non è caduta, non è gelo: è scalpello. Qualcuno si è messo davanti a questa lapide, con uno scalpello e qualcosa per battere, e ha tolto una riga sola, con precisione, dall'inizio alla fine, lasciando intatto tutto il resto.

Alba si avvicina a un palmo. Il mestiere le arriva in soccorso da solo, come i piedi nel ballo: guarda i solchi, il colore della pietra dentro le ferite. Le lettere incise hanno la patina scura degli anni, tutti. I colpi no. I colpi sono più chiari delle lettere, ma non freschi: hanno una loro patina, più giovane. Lo legge come legge le stampe: prima è stato scritto, e molto dopo, anni dopo, è stato tolto. Qualcuno ha vissuto con quella riga per anni. Poi una notte, o un giorno, non ha più potuto.

La riga era lunga quanto le altre. È tutto ciò che la pietra concede.

Alba resta lì, davanti ai due nomi e al buco. È venuta fin qui per un nome, e adesso sa dov'era: era qui, inciso, a tre metri dalla fontana, esposto come tutti gli altri. E qualcuno l'ha tolto dal mondo anche da qui. Non sta sui fiori. Non sta sulla pietra. Non sta nelle bocche. Il nome che cerca è stato innaffiato, custodito e cancellato dallo stesso paese, e tutte e tre le cose, sospetta ormai, per amore. È il tipo di amore che comincia a farle paura.

«Quell'anno erano in tre.»

La voce arriva da dietro, asciutta, senza preavviso come i sassi che si staccano. Alba si volta.

È un uomo anziano, magro, curvo del mestiere e non dell'età, con un cacciavite che gli spunta dal taschino della camicia come una penna. Lo riconosce un istante dopo: l'uomo di mezzanotte, quello dell'orologio. Da vicino ha gli occhi rossi sul bordo e la barba fatta male, e l'odore dolciastro e triste del vino di ieri smaltito a metà.

«Due li ho letti» dice Alba.

«Eh.» L'uomo guarda la lapide, non lei. Sta a un metro esatto dalla pietra, la distanza di chi conosce una cosa a memoria e non ha più bisogno di avvicinarsi. «Il terzo c'era. L'hanno tolto.»

«Chi?»

«La pietra non lo dice.»

Lo dice piatto, da bollettino, e intanto i suoi occhi fanno una cosa che Alba registra senza capirla: passano sul buco nella pietra in fretta, una volta sola, come si passa la lingua su un dente rotto.

«Lei lo sapeva» dice Alba. Non è una domanda nemmeno la sua. «Il nome.»

«Io quell'anno facevo il gestore, su.» Il mento indica l'alto, la montagna, senza che la testa si alzi. «Al rifugio. C'ero io, prima.»

Lo dice e la guarda per la prima volta, e nello sguardo c'è quel secondo di troppo che Alba ormai conosce, lo stesso di Adele sulla soglia, lo stesso del paese intero, e una cosa in più, in fondo, che non è curiosità: somiglia alla fame.

«Gli altri le daranno la fiaba» dice. «La fiaba è buona, qui la fanno bene. Io le do gli orari.»

Si gira per andarsene, fa due passi, si ferma. Parla dando le spalle, rivolto alla piazza.

«Alle dieci sono dalla Adele. Tavolo d'angolo. Chieda del Berto, ma non serve: ci sono solo io.»

E se ne va, attraverso la piazza stropicciata, con il passo di chi fa lo stesso percorso due volte al giorno da vent'anni: andata e ritorno, davanti alla pietra, senza mai voltarsi.

Alba rimane sola sotto il porticato. La luce intanto è scesa di un poco lungo la parete, e il paese comincia a fare i suoi rumori di festa: una saracinesca, la banda che accorda un solo strumento, le prime voci dei bambini.

Guarda ancora una volta i tre posti nella pietra. I suoi due nomi che non sa pronunciare. E il buco, lungo quanto un nome, dove qualcuno ha battuto per una notte intera, anni dopo, e che adesso, mentre il sole arriva, si riempie d'ombra al contrario di tutto il resto.

Alle dieci, pensa. Tavolo d'angolo.

8 di 19