La neve che sale

Giorno 1: La santa

Capitolo 6

Notte 1. La luce

La piazza balla.

Non tutta, e non bene, ed è questo il bello. La banda ha smesso con le marce e suona pezzi che tutti conoscono, e davanti al palco c'è un cerchio largo di gente d'ogni età: coppie vere, coppie per ridere, bambini che ballano coi nonni stando in piedi sulle loro scarpe, ragazze che ballano tra loro, uomini che aspettano il pezzo giusto da tre ore. Ai bordi, i tavoli del vino caldo e del dolce fritto, e il vapore che sale nel buio sopra le luminarie.

Alba ha trovato un posto buono, mezza seduta sul bordo della fontana, alla distanza giusta da tutto. Ci sta da venti minuti, e per venti minuti funziona.

Poi la ragazza coi capelli viola la vede.

Attraversa la piazza dritta verso di lei, e ha il fiato corto del ballo e due stelle filanti attorcigliate al polso, e non chiede niente: prende Alba per la mano come si prende un fiore da una cesta, e la tira dentro.

«Non so ballare» dice Alba, ed è vero.

«Nessuno sa» dice la ragazza, ed è vero anche questo.

È un ballo di gruppo, di quelli col passo che si impara guardando, due da una parte, due dall'altra, un giro. Alba sbaglia tutto il primo giro, metà del secondo, e poi i piedi capiscono da soli, come hanno capito le pieghe dei fiori, e per tre canzoni Alba non è nessuno: è una che balla.

«Visto?» grida la ragazza, sopra la musica. «Il segreto è non pensare.»

«E se penso?»

«Allora vino.» E gliene procura un bicchiere al volo, dal vassoio di qualcuno, ridendo.

La signora della lavanda passa e le fa un cenno da veterana. Il paese la fa girare e la tiene, leggera, dentro la sua sera, e lei si lascia tenere, e da qualche parte, sotto, una voce piccola le dice che è così che funziona, qui: ti tengono. È il loro modo. Tengono te e tengono fuori le domande, con le stesse braccia.

Quando la banda si ferma per la pausa, Alba torna alla fontana col fiato corto e il bicchiere vuoto. Si siede. Beve l'ultima goccia, che è solo zucchero.

E guarda in su.

Lo fa senza pensarci, per la prima volta da quando è arrivata: la testa che si alza da sola, come a un richiamo. Sopra le luminarie c'è il cielo, e il cielo stanotte è pulito, pieno di stelle fino a metà.

Poi le stelle finiscono.

C'è una riga, nel cielo, oltre la quale non c'è più niente: un nero più nero della notte, enorme, che comincia sopra i tetti e sale fino a coprire mezzo mondo. La montagna di notte non si vede: si vede dove smette il resto. Un buco a forma di montagna, pensa Alba, e il pensiero le mette addosso un freddo che non c'entra col sudore che si asciuga.

E dentro quel nero, altissima, c'è una luce.

Una sola. Ferma. Piccola come una capocchia di spillo, gialla, a un'altezza che non dovrebbe avere niente di umano. Non lampeggia, non si muove: sta. In tutto quel nero spento, un punto acceso.

Alba la guarda per un tempo lungo. Attorno, la festa ricomincia.

«Bello, eh» dice la ragazza coi capelli viola, che è ricomparsa accanto a lei con due fette di dolce, e gliene mette in mano una senza chiedere.

«Lassù c'è una luce» dice Alba. «La vedi? Altissima. Chi ci vive?»

La ragazza segue il suo dito. E succede.

Non è niente, a vederlo. È un niente lungo un secondo e mezzo: il tempo della risposta che non parte. La ragazza guarda la luce, e la faccia le rimane gentile, ma dentro la faccia qualcosa chiude, in fondo, una porta lontana, e quando la voce arriva è già un'altra conversazione.

«Mangia che è ancora caldo» dice. «Lo fa solo la Pina, questo, una volta all'anno.»

«È il rifugio?» prova Alba, piano. «C'è il cartello, giù alla fontana. Tre ore e mezza.»

«Tre e mezza se cammini» dice la ragazza, guardando di nuovo il ballo. «Mangia.»

E nient'altro. Stavolta nemmeno una bugia: il paese, di notte, risparmia anche quelle.

E poi la prendono per un braccio, la vogliono di là, è il suo pezzo, e lei ride e si scusa e sparisce nel ballo, ed è tutto normale, tutto caldo, tutto gentile.

Alba resta con il dolce in mano e la luce negli occhi.

Mangia, piano, guardando in su. Il dolce è davvero buono. La luce è davvero lì. Le storie belle finiscono dove devono, ha detto Adele stasera, e l'ha finita in mezzo alla piazza, vent'anni fa, con una bambina viva. Ma le case non finiscono, ha imparato Alba stasera, nei vicoli alti. Le case restano lì coi loro morti al davanzale.

E le luci, pensa adesso, le luci nemmeno. Le luci qualcuno le accende.

Resta alla festa ancora un'ora, ai bordi. Verso mezzanotte la banda saluta, e il paese non se ne va: si siede, si raduna a grappoli attorno ai tavoli, abbassa la voce di un tono, comincia quel secondo turno della notte che appartiene solo ai paesi. Le donne raccolgono dalle sedie i bambini addormentati, una spalla per uno, come si raccolgono i cappotti a fine serata. Qualcuno, in fondo, canta piano, senza pretese. Alba si alza per andare a dormire.

È in quel momento che la luce si spegne.

Non sfuma: si spegne, di colpo, come si spegne un interruttore. Il nero della montagna si richiude intero, da cima a fondo, e il cielo resta diviso in due, le stelle di qua, il niente di là.

Al tavolo più vicino, un uomo anziano alza il polso e guarda l'orologio.

Non dice niente. Non lo fa vedere a nessuno. Guarda l'ora, così, come si controlla che un treno sia passato in orario, e poi torna al suo bicchiere e a quello che stava dicendo.

Nessun altro ha alzato la testa.

Alba attraversa la piazza, entra nella locanda dalla porta piccola, sale i tredici gradini. In camera apre la finestra un dito, perché la stanza tiene il caldo del giorno, e si corica nel letto alto, e il soffio della festa entra col vento: voci, una risata ogni tanto, una sedia spostata.

Sta quasi dormendo quando lo sente.

Viene da sotto, attraverso il pavimento: un fruscio elettrico, breve, come una radio che si sintonizza. Poi una voce di donna, bassa, due parole. Il fruscio ancora. Poi niente.

Alba tiene gli occhi aperti un momento, nel buio arancione delle luminarie dietro le tende.

Avrà lasciato la televisione accesa, pensa.

Dorme. E dietro le palpebre, per un po', il punto di luce resta acceso: piccolo, fermo, altissimo, dalla parte del cielo dove non ci sono stelle.

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