Sopra la piazza il paese sale a gradoni, e le luminarie non ci arrivano. I vicoli alti sono di pietra e di buio domestico: finestre accese dietro le tende, rumore di piatti, una televisione che parla da sola, un gatto che attraversa con la sua faccenda urgente. La musica della banda arriva fin qui ammorbidita, come da sott'acqua.
Alba sale senza meta, il che non è del tutto vero. Lo sa dal passo: il suo corpo ha di nuovo quella piccola fretta che lei non ha autorizzato.
Le case, anche qui, hanno tutte i gerani. Si vedono a tagli, nella luce che esce dalle cucine: cassette di legno ai davanzali, piante piene, curate, qualcuna già pronta coi lumini per la festa. È un paese che si pettina anche dove non lo guardano, pensa, e il pensiero le piace, e per un momento va tutto bene: è una turista, in salita, dopo cena.
Poi il vicolo gira, e c'è la casa.
La riconosce prima di vederla, il che non ha nessun senso e dura meno di un secondo, il tempo di un gradino mancato col piede. Dopo, è solo una casa: tre piani stretti, in fila con le altre, il tetto di pietra come le altre. Solo che è spenta. Non spenta come una casa dove si dorme: spenta come una casa dove non si accende.
Gli scuri sono chiusi, tutti, anche al piano terra. La porta è chiusa con una catena e un lucchetto che la ruggine ha fatto diventare della stessa famiglia. Accanto al campanello c'è il porta nome, vuoto: non senza targhetta, vuoto, con i due forellini delle viti che non tengono più niente.
E al davanzale del primo piano ci sono i gerani.
Morti. Non appassiti: morti da anni, da molti anni, gambi grigi e ritorti nella terra diventata sasso, eppure ancora lì, nelle loro cassette di legno sbiadito, in fila come le altre case hanno i loro vivi. Nessuno li ha tolti. È questo che ferma Alba in mezzo al vicolo, più del buio, più del lucchetto: in un paese che innaffia ogni cosa, nessuno, in tutti questi anni, ha allungato una mano per togliere i morti dal davanzale.
C'è una domanda che non serve fare. La risposta è già seduta in fondo allo stomaco, da qualche parte tra la minestra di Adele e la fiaba di Adele. Qui non c'era rimasto niente di suo, ha detto la fiaba. La fiaba non ha detto: c'è rimasta la casa, con tutto dentro.
Alba si avvicina alla finestra del piano terra. Uno scuro ha una stecca rotta, in basso, all'altezza del ginocchio: una fessura larga due dita, nera. Si china. Si vergogna. Si china lo stesso.
Accende la torcia del telefono coprendola a metà con le dita, perché la luce non schizzi sui muri del vicolo, e l'avvicina alla fessura.
Dentro c'è un corridoio. Pavimento di legno, una passatoia che il tempo ha stinto a chiazze. In fondo, una porta chiusa. A metà, contro la parete, l'angolo di un mobile basso, forse una cassapanca. E sulla parete, appesa storta, una cornice piccola.
La luce ci arriva male, di taglio. Dentro la cornice c'è un foglio, un disegno, si capisce dai colori a cera e dal bianco del foglio ingiallito: un disegno di bambini. Due figure piccole, in piedi, fatte come fanno i bambini, le braccia a bastoncino. C'è qualcosa che le unisce, una linea scura, da una pancia all'altra. Il resto la luce non lo prende: la fessura è quella che è, e la mano di Alba trema di un tremito piccolo e tecnico, da freddo, si dice.
Spegne la torcia. Il vicolo torna del suo buio. Il cuore le batte come dopo le scale.
Due figure e una linea che le unisce.
Il padre faceva i nodi parlando d'altro, perché i nodi gli uscivano meglio se la testa non guardava. Aveva portato i gemelli al masso dietro casa, quello grande, che d'estate scottava sotto le mani, e li aveva messi davanti a sé, in piedi, seri come a messa.
Prima lei. Il padre le passò la corda attorno alla vita due volte, fece il nodo, lo provò con due dita. Poi toccò a lui, stessa corda, l'altro capo, e in mezzo restarono quattro metri di corda buona, arrotolata una volta, che il padre prese e mise in mano al maschio.
Tu sei nato prima, disse. Mezz'ora. La corda la tieni tu.
Lui la tenne come si tengono le cose vive, troppo stretta. La sorella già tirava, già voleva il masso, la prima presa, quella che si raggiunge col ginocchio se nessuno ti guarda. Aveva sei anni e la volpe di pezza infilata nella cintura dei pantaloni, perché le tasche erano piccole e lei non rinunciava.
Il padre li guardò fare il primo metro, le mani dietro la schiena.
Ricordatevi questo, disse. Da soli si va più veloci. Legati si torna.
Lei arrivò in cima al masso per prima, si voltò, e per una volta si voltò davvero, a cercare il fratello con gli occhi. Lui era ancora a metà, attento, che contava gli appoggi. La corda tra loro faceva una curva molle, nella luce, come una cosa scritta.
Dalla casa arrivava odore di cena, e la luce della cucina si allungava nel cortile fin quasi al masso, come per raccoglierli.
Scendete che è pronto, gridò la madre dalla finestra.
E loro scesero, legati, ridendo, l'uno nei passi dell'altra, e la corda raccoglieva la sera.
Il freddo del vicolo le è entrato nelle maniche. Alba si accorge di avere ancora la mano appoggiata allo scuro, come se lo tenesse lei, o lui tenesse lei, e la toglie con cura, senza rumore, come ci si scusa.
Dietro di lei qualcuno cammina.
È un uomo anziano con un cane piccolo e bianco, di quelli che non hanno mai avuto fretta in vita loro, né l'uomo né il cane. Passando la saluta con un cenno, buonasera, e Alba risponde buonasera, e la voce le esce quasi normale.
«Si è persa?» chiede l'uomo. Lo chiede con gentilezza vera, da paese, dove perdersi è una cosa che capita agli ospiti e si rimedia.
«Sì» dice Alba.
Liscia, levigata. La bugia sta in piedi da sola, come le altre. Si accorge, mentre la dice, che sta imparando la lingua del posto.
«La festa è di là» dice l'uomo, indicando col bastone la direzione della musica. «Venga, che faccio la strada anch'io.»
Camminano insieme per due vicoli, il cane davanti col suo passo da impiegato.
«Lui è Bruno» dice l'uomo. «Bruno quarto, a dire il vero. I primi tre erano meglio, ma non glielo dico.»
Il cane, sentendosi nominato, non si volta nemmeno.
«Domani arriva gente da tutta la valle» continua l'uomo. «Una volta la festa durava una settimana. Adesso tre giorni, che già al secondo siamo stanchi. Si invecchia anche in compagnia, sa.»
Non ha guardato la casa nemmeno una volta. L'ha costeggiata da vicino, col cane, alla distanza di un braccio, e non l'ha guardata, con la naturalezza perfetta di chi non guarda una cosa da vent'anni: come si evita un buco nel ghiaccio, senza nemmeno pensarci più.
Dove i vicoli si aprono e ricominciano le luminarie, l'uomo si ferma, le augura buona festa, e se ne va dietro al cane.
Alba scende verso la piazza. La musica cresce a ogni gradino, e con la musica le voci, e l'odore di vino caldo e di zucchero. Prima dell'ultima curva si volta, una volta sola.
Da lì la casa non si vede già più. Si vede il vicolo che sale, le finestre accese, i gerani che alla luce delle cucine sembrano neri.
Tutti, adesso, sembrano neri.