La neve che sale

Giorno 1: La santa

Capitolo 4

La leggenda

La sera la sala si riempie come un secchio sotto la fontana: piano, e poi è piena. Famiglie coi bambini già lavati, vecchi che hanno il loro tavolo da prima che esistesse il menù, e una tavolata della banda, gli strumenti appoggiati al muro come bambini addormentati. Adele governa tutto con lo strofinaccio sulla spalla, e il suo nome attraversa la stanza venti volte, Adele di qua, Adele di là, come un attrezzo che serve a tutti.

Alba cena al suo tavolo d'angolo. Ascolta. Il dialetto, attorno, le si apre a tratti come ieri il paesaggio tra le gallerie.

Aspetta che la sala si svuoti a metà e che Adele rallenti, il momento in cui i locali si mettono a posto da soli e le mani delle padrone restano per la prima volta senza niente. Allora indica le fotografie sopra il bancone, gli uomini legati in corda sul nevaio, e chiede se le hanno mai fatte vedere a qualcuno che se ne intende, perché sono belle, e due andrebbero salvate prima che la carta si mangi tutto.

Adele viene al tavolo, guarda le foto come si guardano i parenti.

«Lei se ne intende?»

«È il mio lavoro.»

«Allora mi dica della più vecchia, quella là in alto.»

Alba gliela data al decennio giusto, e dice anche perché: la carta, i bordi, il modo in cui il bianco è ingiallito.

«E quella accanto?»

«Anni cinquanta. Fine anni cinquanta. Il bordo smerlato si usava allora. E poi guardi le scarpe degli uomini: le scarpe non mentono mai.»

«Mio padre è il secondo da sinistra.»

Alba guarda meglio: un giovane serio, col cappello in mano, che fissa l'obiettivo come si fissa un avversario. «Le somiglia.»

«Era meglio di me» dice Adele. «Ma è invecchiato peggio: è morto.» Lo dice senza tragedia, da montanara, e intanto si siede dall'altra parte del tavolo, col mezzo bicchiere di vino che si è portata dietro. È la prima volta che Alba la vede seduta.

«E i fiori?» chiede Alba. «Quelli coi nomi, in piazza. È un'usanza vecchia anche quella?»

«I fiori li abbiamo sempre fatti, per la santa.» Adele gira il bicchiere di un quarto, senza berlo. «I nomi, quelli sono più recenti. Vent'anni, su per giù.»

«E come è nata?»

Adele la guarda. C'è di nuovo quel secondo di troppo, lo stesso del primo pomeriggio, sulla soglia. Poi posa il bicchiere e si mette comoda contro lo schienale, e Alba capisce, dal modo in cui sistema le mani in grembo, che sta per ricevere qualcosa che è stato dato molte volte, a molti forestieri, sempre nella stessa forma: non una confidenza, una storia. La versione da esportazione.

E infatti Adele comincia così:

La racconto come si racconta, guardi, perché ormai si racconta da sola.

C'era il sole, quel giorno. Un sole che non si era mai visto, di maggio, un sole d'oro che pareva agosto. Lo dicono tutti quelli che c'erano, e io c'ero: una giornata che pareva fatta apposta, e forse era fatta apposta, perché certe giornate la montagna le prepara come la volpe prepara la tana, che non si vede l'ingresso.

Era il giorno della festa. La festa veniva bene, quell'anno, come non mai: avevamo fatto più di mille fiori, e c'era la banda nuova, e la santa aveva la corona fresca. L'avevamo vestita all'alba, la santa, io e altre due che adesso non ci sono più: si usa così, la vestono le donne e gli uomini non guardano. Aveva una faccia contenta, quel mattino. Lo so come suona, detto di una statua di gesso. Ma certe mattine le statue una faccia ce l'hanno, e quella era contenta. Il paese era tutto qui in basso, capisce, tutto in piazza dal mattino. Quando succede quello che succede, noi eravamo qui. Questo se lo ricordi, perché è la chiave di tutto: noi suonavamo.

Su, quel mattino, c'erano andati i gemelli.

Erano i figli della montagna, quei due. Il padre era guida, di quelle vecchie, e la montagna se l'era preso che loro erano ancora ragazzini: figli della montagna e orfani della montagna, tutte e due le cose. Si dice che fossero nati tenendosi per mano, e io non lo so, ma so che non li ho mai visti uno senza l'altro nemmeno da grandi. Lui era il maggiore, di mezz'ora: il prudente, quello che apriva la via e che contava i chiodi due volte. Lei era... lei.

La piccola, la chiamavamo. Aveva ventotto anni e noi a dirle la piccola, perché certa gente resta di otto anni per sempre, anche quando ti supera in tutto. Si rifaceva la treccia qui sulla mia porta, ogni mattina che il Signore mandava, prima di salire. Aveva le mani sempre sbucciate e le spalle di una che non si volta. Da bambina girava con una volpe di pezza, se la portava perfino in parete, nello zaino, e noi si rideva, e lei niente, dritta. Il talento ce l'aveva lei, questo lo dicevano tutti, anche lui, anche lui per primo. Sarebbe andata lontano. Era già lontano, lei, anche quando era qui.

Quel mattino erano saliti presto, con le frontali, per una via che conoscevano come le rondini il nido. Volevano essere giù per la festa. Questo lo so per certo, perché il posto a tavola ce l'avevano, lì dove adesso c'è la stufa.

E scendevano anche gli altri, dal sentiero alto. La maestra, il suo uomo che sapeva il legno come pochi, e la loro bambina. Stavano su al maso e scendevano per la festa anche loro, col passo della domenica, pensi, col vestito buono. La maestra aveva insegnato a leggere a mezzo paese, e l'altra metà ce l'aveva mandata, i figli. Scendevano per la festa. Vede come torna sempre lì, la storia? Tutti venivano da noi. Tutti venivano ai fiori.

E poi la montagna si è mossa.

Nessuno l'ha sentita arrivare, se non quando è arrivata. Si è scrollata la neve di dosso come un cane si scrolla l'acqua, così hanno detto, quelli che l'hanno vista dal piano. Il vento, hanno scritto poi i periti. Il destino, diciamo noi, che è una parola che almeno si lascia pronunciare. La neve è andata dove non era mai andata, mai, a memoria di nessuno, e qui da basso si è sentito un tuono d'estate nel cielo d'oro, e la banda si è fermata a metà di una marcia, e questo me lo ricordo io con le mie orecchie: il pezzo che muore, strumento per strumento, e poi la piazza intera che guarda in su.

Il paese è salito come si saliva allora, con le pale e con le mani e coi cani, e con niente. Il fornaio è salito col grembiule, non ha nemmeno chiuso il forno, e il pane di quel giorno è bruciato tutto, da solo, dentro i forni, e l'odore di bruciato è rimasto sulla piazza fino a sera. Per anni, qui, nessuno ha più potuto sentire odore di pane troppo cotto senza voltarsi a guardare in su.

La maestra e il suo uomo li ha presi subito, il Signore, e almeno questo: non hanno avuto paura a lungo. Della bambina non si sapeva. Dei gemelli non si sapeva. E intanto il tempo si chiudeva, perché il sole d'oro se n'era andato come se avesse finito il suo lavoro, e veniva giù un bianco fitto che non si vedeva la mano davanti agli occhi.

E quando ormai si pregava e basta, perché altro non restava, dal bianco è uscito lui.

L'ho visto io, guardi, da dove è seduta lei lo vedo ancora. È uscito dal bianco come escono le figure dai sogni, prima niente e poi c'è, e camminava dritto con le ultime gambe che aveva, e in braccio, stretta dentro il giaccone, aveva la bambina.

Viva.

Dormiva, dicono, come dormono i salvati. Stringeva al petto un giocattolo, e non ci fu modo di toglierglielo, e nessuno ci provò più di tanto, perché certe cose anche la pietà le capisce al volo. La piazza si è messa in ginocchio, e non per dire: in ginocchio, qui, sui sassi. L'uomo che l'aveva portata giù non ha detto una parola. Aveva le mani che non erano più mani. Ha consegnato la bambina come si consegna una cosa di vetro, e poi si è seduto per terra, in mezzo a tutti, e nessuno ha avuto il coraggio di toccarlo.

La sorella no.

La sorella la montagna se l'è tenuta. L'hanno cercata quell'estate e quella dopo, e il paese c'è salito tutto, almeno una volta, anche i vecchi, anche io con queste gambe. La montagna se l'è tenuta e se la tiene ancora. C'è chi dice che è il suo modo di volere bene, della montagna, tenersi i migliori: io questo non lo so dire. So che da quell'anno, quando facciamo i fiori per la santa, ci scriviamo sopra i nomi. Tutti i nostri, di tutti gli anni. Perché i nomi, qui, non si dicono: si piantano. Come i fiori, appunto. Che almeno una volta all'anno fioriscono anche loro.

La bambina la portarono via, lontano, dai parenti, e fu meglio così, che qui non c'era rimasto niente di suo. E l'eroe... be'. Le storie belle finiscono lì dove devono. Questa finisce con una bambina viva in mezzo alla piazza. Io la finisco sempre lì.

Il silenzio dopo dura un po'. Nella sala sono rimasti in quattro, e qualcuno ha abbassato la voce senza sapere perché, come si fa vicino alle chiese.

Alba ha le mani in grembo, una sopra l'altra, ferme per atto di volontà. In un punto preciso del racconto, al giocattolo stretto al petto, la sua mano destra è partita da sola verso la borsa appesa alla sedia, e lei l'ha richiamata indietro a metà strada, come si richiama un cane col guinzaglio lungo. Non sa se Adele l'ha visto. Adele stava guardando le foto.

E in un altro punto, prima, la parola maestra le è entrata di taglio, sotto le costole, dove non aspettava niente. Sua madre nelle parole di Alba è sempre stata un profumo e un rumore di phon. Adesso è anche una che ha insegnato a leggere a mezzo paese. L'ha saputo qui, a un tavolo d'osteria, da una sconosciuta, dentro una fiaba. Lo mette via, anche questo. La borsa delle cose da non guardare adesso si sta riempiendo in fretta.

«E la sorella» dice invece, e la voce le esce quasi pulita. «Come si chiamava?»

Adele si alza. Prende il bicchiere, il piatto, li impila con gesti rotondi, di nuovo padrona di casa, di nuovo in piedi nel suo regno.

«I nomi, cara» dice, senza durezza, quasi con allegria. «Gliel'ho appena raccontato. Qui i nomi li mettiamo sui fiori.»

«Anche con me?» dice Alba. «Che sono di passaggio, e domenica non ci sarò più?»

Adele tiene i piatti in equilibrio sul braccio. Per un momento sembra fare un conto: quanto costa, quanto rende.

«Soprattutto con chi è di passaggio» dice poi. «I nomi sono di chi resta a innaffiarli.»

E se ne va verso la cucina con i piatti, e a metà strada si ferma, di schiena, come se avesse dimenticato una cosa. Quando parla di nuovo ha un'altra voce. Più bassa di un tono, più vecchia di dieci anni.

«Che poi, d'oro...» dice, alla porta della cucina, a nessuno. «C'era un vento, quel mattino, che portava via i fiori dai tavoli. Li tenevamo fermi coi sassi. Questo me l'ero scordata.»

Resta lì un secondo, con i piatti in mano.

«Vada a fare due passi» dice poi, di nuovo con la voce di prima, voltandosi appena. «È l'ultima sera tranquilla. Da domani qui non si respira.»

Fuori, la piazza è un salotto caldo e mezzo vuoto. Alba si avvia senza direzione, il che non è del tutto vero, perché i suoi piedi una direzione ce l'hanno già: via dalla luce, verso i vicoli di sopra, dove le luminarie finiscono.

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