La neve che sale

Giorno 1: La santa

Capitolo 3

I fiori di carta

Quando ridiscende sono quasi le cinque e la piazza ha cambiato pelle. I festoni sono finiti, le luminarie pendono pronte tra i pali, e la banda ha smesso di provare, il che rende il silenzio stranamente pieno, come una stanza da cui hanno appena tolto un mobile.

Adesso il centro di tutto sono i tavoli sotto il porticato. Ce ne sono tre, lunghi, coperti di carta colorata: fogli interi, strisce già tagliate, scarti arricciati che ogni tanto il vento sposta di un palmo. Le donne sedute piegano. Hanno età diverse e mani uguali, e parlano fitto senza mai guardare quello che fanno, perché quello che fanno lo sanno fare al buio.

Dalle loro mani escono fiori. Carta crespa, quattro pieghe, una torsione, e nel mucchio al centro del tavolo cade un fiore con il gambo di fil di ferro. Gialli, arancio, bianchi. Il mucchio cresce piano, come la neve.

Alba si ferma a guardare alla distanza giusta, quella da turista educata. Ha il telefono in tasca e ce lo lascia.

Vicino alla fontana, a tre metri dai tavoli, c'è una struttura che stamattina non aveva notato: un telaio di legno scuro, alto come un uomo, largo come un portone, coi listelli incrociati a formare una grata fitta. Sembra vecchio. Non vecchio di anni: vecchio di uso, curato, riverniciato cento volte, come le cose che servono.

Accanto alla fontana c'è anche il palo dei sentieri, con le frecce gialle a punta. La cappella: un'ora e dieci. Il rifugio: tre ore e mezza. Più in alto, sulla stessa freccia, ci sono altre scritte, ma il sole le ha sbiadite e nessuno le ha ridipinte.

Mentre guarda il telaio, un uomo anziano si avvicina ai tavoli. Saluta toccandosi il cappello, prende un fiore bianco dal mucchio, e una delle donne gli passa un pennarello senza che lui lo chieda. L'uomo si sposta di qualche passo, verso la fontana. Si appoggia al bordo di pietra. Scrive qualcosa nel cuore del fiore, piano, con la calma di chi scrive una parola sola e la conosce da tutta la vita. Poi va al telaio, sceglie un punto, lega il gambo di fil di ferro a un listello. Tocca il fiore una volta, con due dita, come si tocca la spalla di qualcuno. E se ne va.

Nessuno l'ha guardato. Tutti l'hanno visto.

Alba aspetta che la piazza si rimescoli, poi attraversa, lentamente, fino al telaio. Da vicino la grata è già fiorita a chiazze: una ventina di fiori, legati ad altezze diverse. In mezzo a ogni corolla c'è un nome, e sotto il nome, quasi sempre, un anno. Gli anni sono sparsi come sassi in un campo: ce n'è uno di settant'anni fa, parecchi degli anni sessanta, uno recente che la sorprende, di tre inverni fa. I nomi sono nomi di qui, asciutti, di due sillabe. Su un fiore arancione, sotto il nome, una mano incerta ha scritto anche papà.

Alba resta su quella parola più che sui nomi. I nomi sono degli altri. Quella parola lì ce l'hanno tutti.

Cerca l'anno che è venuta a cercare. Lo fa con metodo, listello per listello, come ai cataloghi.

Non c'è.

Venti fiori, dieci anni diversi, e quell'anno lì non c'è. Lo rifà al contrario, dal basso. Niente.

«Si riempie, si riempie» dice una voce alle sue spalle. «Aspetti domenica e non si vedrà più il legno.»

È una delle donne dei tavoli, la più giovane delle anziane, che è venuta a portare tre fiori nuovi nel cestino appeso all'angolo del telaio. Ha l'aria di chi è stata mandata, o di chi si è offerta. «È per i nostri morti della montagna» aggiunge, con una semplicità che chiude e apre allo stesso tempo. «Ognuno scrive i suoi.»

«È bellissimo» dice Alba, ed è anche vero.

«Venga» fa la donna, già voltata verso i tavoli. «Ci vuole una mano, altro che fotografie.»

Così Alba si ritrova seduta sotto il porticato, tra una signora che sa di lavanda e una ragazza coi capelli tinti di viola, con davanti un foglio di carta crespa gialla. La signora alla sua destra le mostra una volta sola: quattro pieghe, il pollice qui, la torsione, il fil di ferro. Il primo fiore di Alba viene storto e tutte fingono che vada benissimo. Il secondo viene bene. Il terzo viene meglio.

«Mani buone» dice la signora della lavanda, a nessuno in particolare, e il tavolo approva con un mormorio breve, e Alba sente in faccia un calore stupido e antico, da bambina promossa.

Si parla di tutto, attorno a lei, cioè di niente.

«Caldo così a maggio non si era mai visto.»

«Si era visto, si era visto. Tu eri piccola.»

«E la tua nuora? Sempre che non sala l'acqua?»

«Non sala. Dice che fa male.»

«Fa male morire sciapi, ecco cosa fa male.»

Le risate fanno il giro del tavolo come un piatto di biscotti, e qualcuna tocca anche Alba, di striscio, perché ridere è un'altra cosa che qui si fa insieme senza chiedere i documenti.

Le domande le scivolano addosso una volta sola, da dove viene, e la risposta, la città di mare, viene accolta con un oh di cortesia e l'osservazione che là almeno il pesce lo mangiano fresco.

«E cosa l'ha portata fin...» comincia una, dall'altro capo del tavolo.

«Lasciala piegare» dice la signora della lavanda, senza alzare gli occhi dal suo fiore. «Che ha le mani buone e ci serve.»

E la domanda muore lì, educatamente, e Alba non sa se è stata salvata o sorvegliata, e impara che qui le due cose possono avere le stesse mani. Nessuno chiede altro. Le mani lavorano.

Alba piega, conta le pieghe, e sceglie il momento con la cura con cui si sceglie un appiglio.

«Ho letto qualcosa, prima di venire» dice, nel tono di chi fa conversazione. «Che qui una ventina d'anni fa c'è stata una valanga grossa. È vero?»

Le mani non si fermano. Nessuna mano si ferma. Ma cambia qualcosa nell'aria del tavolo, una pressione, come quando in macchina si chiude l'ultimo finestrino.

«Eh, di valanghe ne vengono» dice la signora della lavanda, al suo foglio di carta. «La montagna è alta.»

«Tenga il dito qui, cara» dice un'altra, dall'altro lato, porgendole un fiore a metà. «Se no la torsione si perde.»

E il tavolo riparte: la nuora, l'acqua, il sale. La ragazza coi capelli viola le sorride, di un sorriso gentile e completamente chiuso, e le passa il fil di ferro.

Alba tiene il dito dove le hanno detto. La porta si è chiusa così bene che per un momento dubita di aver fatto la domanda.

Più tardi si alza, ringrazia, promette di tornare domani, e tutte la salutano con un affetto che non ha niente di finto. È questo che la disorienta, attraversando la piazza: la dolcezza. Si era preparata ai musi duri di montagna, ai monosillabi. Invece il paese la accoglie, la nutre, le insegna i fiori, le dà del cara. Il paese le dà tutto, tranne risposte.

Davanti alla chiesa, sotto il porticato piccolo, nota una lapide lunga, di pietra chiara, con colonne di nomi incisi e date. Davanti ci sono due uomini che parlano, appoggiati proprio lì, comodi, coi gomiti sul bordo. Alba rallenta, non si ferma. Domattina, pensa. Le lapidi non scappano.

Al negozio di alimentari, che è anche tabaccheria e ferramenta, compra una bottiglia d'acqua e una matita che non le serve. Alla cassa c'è un uomo sui sessanta, in grembiule blu, che la riconosce come la forestiera della corriera, perché qui le notizie camminano da sole.

«La forestiera della corriera» dice, a mo' di saluto. «Si trova bene dalla Adele?»

«Benissimo.»

«Eh.» Lo dice come si conferma una legge di natura. «Dalla Adele stanno tutti bene. È il suo mestiere, e anche il suo difetto.»

Alba impara così, di sbieco, il nome della locandiera, e anche qualcos'altro che mette via senza ricevuta. Poi, mentre lui le conta il resto:

«Posso chiederle una cosa? Il sentiero che sale verso il rifugio, quello alto. È segnato bene? Ho visto che c'è ancora neve, su.»

L'uomo chiude il registratore di cassa con un colpo gentile.

«Ce n'è, ce n'è» dice. «Quest'anno ne ha tenuta tanta.» E poi, porgendole le monete e già guardando il cliente dopo: «Ma lei è qui per la festa, no? La festa è qui in basso. Su non c'è niente.»

Lo dice con un sorriso vero, di quelli che augurano sinceramente buone cose. La porta fa lo stesso rumore di prima, chiudendosi: nessun rumore.

Alba esce nel tardo pomeriggio dorato. Su non c'è niente. Se lo ripete camminando, e pensa che è la prima bugia che il paese le ha detto in faccia, e che gliel'hanno detta per gentilezza, e che è esattamente la stessa gentilezza con cui la nonna, per vent'anni, ha risposto alle sue domande cambiando stanza.

Il pensiero la ferma in mezzo alla piazza, di colpo, come un sasso nella scarpa.

Conosce questo posto. Non le strade: il metodo.

Verso le sette torna ai tavoli, perché ha promesso, e perché non sa stare in camera. Le donne stanno finendo, raccolgono gli scarti, impilano i fiori nelle ceste foderate. Le luminarie si accendono tutte insieme, con un applauso piccolo da qualche parte, e la piazza diventa un interno: un salotto grande con il cielo per soffitto.

È lì che la signora della lavanda, infilandosi il golf, indica con il mento la montagna, che da quando il sole è sceso non è più grigia ma blu, e dice, in mezzo dialetto, una frase che Alba capisce quasi tutta:

«Lei quest'anno è stata buona.»

«Buona sì» dice un'altra. «Fin troppo.»

E ridono, di niente, di una risata corta che serve a spostarsi di argomento, e si salutano, e si avviano ognuna verso la sua cena.

Alba resta con il golf delle altre negli occhi. Lei chi, vorrebbe chiedere. Non lo chiede. Ha già capito che qui i pronomi hanno parenti, e che certe parole, come le porte, hanno i cardini ben oliati.

La donna che l'aveva chiamata al tavolo, passandole accanto per ultima, le posa una mano sul braccio.

«Domani sera è la sera grande, venga presto» dice. E poi, con la testa verso il telaio, dove i fiori bianchi e gialli si muovono appena nell'aria della sera: «E se ha qualcuno anche lei, da qualche parte, prenda un fiore. Si può, sa. Anche i forestieri.»

«No, grazie» dice Alba.

Liscio, levigato, perfetto. La parola sta in piedi da sola.

La donna le stringe il braccio, una volta, e se ne va.

Alba rimane ancora un minuto, da sola, vicino alla fontana. L'acqua fa il suo rumore di sempre. Sul telaio i fiori tremano tutti insieme, piano, e in mezzo a loro restano i buchi, i listelli vuoti, gli anni che nessuno ha scritto.

Da qualche parte sopra il paese, nel blu che diventa nero, la montagna finisce di sparire.

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