La neve che sale

Giorno 1: La santa

Capitolo 2

La locanda

La piazza è un cantiere allegro. Due uomini su una scala fissano un festone tra la fontana e il municipio, una squadra di ragazzini porta sedie pieghevoli a catena, dalla porta della chiesa esce e rientra gente con le braccia piene. Sotto il porticato, su tre tavoli lunghi, donne sedute piegano carta colorata. Nessuno ha fretta e nessuno sta fermo.

Alba attraversa con la valigia che rumoreggia sui ciottoli, e il rumore le sembra enorme. Si scusa con una donna che non l'aveva nemmeno vista. L'ombra della parete, intanto, si è spostata di un metro.

La locanda sta sul lato corto della piazza, tre piani di pietra e legno, i gerani ai balconi come dappertutto, l'insegna dipinta sopra la porta. Sulla soglia c'è uno zerbino consumato in mezzo da cent'anni di scarpe. Dentro, il buio buono dei posti vecchi: pavimento di assi, tavoli lucidi d'uso, un odore caldo che è insieme legna, cera e brodo. Da qualche parte una radio bassa, o una televisione.

E fotografie. Le pareti ne sono piene: cornici diverse, allineate male, una sopra l'altra fino al soffitto. Alba le vede tutte in un colpo solo, per riflesso professionale, come un cassiere sente i soldi. Bianco e nero, seppia, i colori slavati degli anni ottanta. Gruppi in posa davanti alla chiesa, la banda schierata, carri pieni di fiori, una squadra di uomini in fila su un nevaio, legati in corda, gli scarponi di un'altra epoca. Le data a occhio, senza volerlo: anni trenta, anni cinquanta, settanta. Poi smette, perché dalla cucina arriva qualcuno.

È una donna larga e svelta, sui settanta, con un grembiule pulito e le mani che si sta asciugando in uno strofinaccio. Si ferma un passo dopo la porta, dove la luce della finestra taglia la stanza. Un momento. Poi riprende ad asciugarsi le mani.

«Benvenuta» dice. «Ha trovato il paese sottosopra.»

«Avete una stanza? Non ho prenotato.»

«Le stanze ci sono. È la gente che manca, fino a domani sera. Poi vedrà.» Ha già fatto il giro del bancone, apre un registro vero, di carta, con la copertina di tela. «Quante notti?»

«Tre.»

«Fino al rogo, allora» dice la donna, e lo dice come si dice fino a domenica. Alba non chiede cosa sia il rogo. Prende nota di non averlo chiesto.

«Un documento, cara.»

Eccolo. Alba apre il portafoglio, sfila la carta d'identità, la posa sul legno. Per un attimo la tiene ferma sotto due dita, poi la lascia. La donna se la avvicina, inforca gli occhiali che porta appesi al collo, e copia. Il cognome. La data. Il luogo. La penna non rallenta da nessuna parte. Ricopia tutto con la calma di chi ha ricopiato mille documenti, richiude la carta dentro il registro per non perdere il segno, la restituisce.

«E cosa la porta quassù, proprio con la festa?»

«Turismo.»

La parola esce liscia, levigata, esattamente come l'aveva preparata. Sta in piedi da sola. Sorride perfino, un poco, mentre chiude la conversazione.

La donna la guarda. Un secondo, forse due.

«Bene» dice. «Allora le do la stanza buona.»

Stacca una chiave dalla rastrelliera dietro il bancone. Mentre la cerca, dalla tasca del grembiule arriva un tintinnio piccolo, di un'altra chiave che sta lì per conto suo. «Primo piano, in fondo. Dà sul vicolo, è la più tranquilla. Con la festa mi ringrazierà.»

«A che ora è la colazione?»

«Dalle sette. Ma se scende prima, il caffè c'è da quando ci sono io, e io ci sono sempre.» Poi conta sulle dita, piegandole una alla volta: «Stasera si balla. Domani la sfilata, e la sera grande. Dopodomani la messa cantata, e la sera i fuochi. E l'ultima mattina, il rogo.» Chiude il pugno, come se ci tenesse dentro la festa intera. «Lei capita giusta. O sbagliata, dipende da quanto le piace dormire.»

Alba fa per andare verso le scale. La donna ha già preso un'altra direzione, verso la cucina, e parla senza voltarsi.

«La cucina è chiusa fino a stasera. Ma qualcosa c'è sempre. Si sieda.»

«Non si disturbi, davvero. Non ho fame.»

«Mangia, intanto» dice la donna, da dentro la cucina, e il lei si è perso per strada.

Alba si siede. Sceglie il tavolo d'angolo, quello da cui si vede la porta. Il piatto arriva in cinque minuti: minestra d'orzo, pane scuro, una fetta di formaggio, e un bicchiere di vino che non ha ordinato. La donna lo posa senza commenti e torna ai fatti suoi, che sono tanti: nel quarto d'ora che segue entrano nell'ordine un uomo a chiedere le tovaglie lunghe, una ragazza a riportare un termos, due bambini mandati a prendere lo scotch grosso, e ognuno riceve la sua risposta, il suo scatolone, il suo «di' a tua madre che gliele porto io».

«Adele, le tovaglie lunghe ci sono?»

«Ci sono. Otto. Le ho stirate stanotte.»

«Stanotte?»

«E quando? Di giorno ho voi.»

L'uomo, che ha la barba grigia e l'età per essere nonno due volte, ride e si carica lo scatolone. «Sei una santa, Adele.»

«La santa è quella di gesso, Carletto. Io ho solo il sonno corto.»

Li chiama tutti per nome, e i nomi finiscono quasi tutti in ino e in etta, anche quelli dei grandi, anche quello dell'uomo con la barba grigia, che si prende il suo «Carletto» senza fare una piega.

La minestra è buona. Alba mangia tutto, e solo a metà piatto si accorge che da stamattina alle sei non aveva mangiato niente. Da dietro la porta della cucina la donna canticchia qualcosa, si interrompe, riprende.

Nessuna domanda è più arrivata. Niente da dove viene, niente cosa fa nella vita, niente come mai da sola. Alba conosce bene il formato delle conversazioni con gli sconosciuti, lo pratica da vent'anni: sa che le domande sono il pedaggio. Qui il casello è aperto e vuoto. Ci passa in mezzo con un sollievo che le lascia addosso, sotto, una piccola inquietudine senza forma, come una briciola nel letto.

Sopra il suo tavolo c'è una foto della piazza, datata a penna in un angolo: il carro della festa, un trattore infiorato, gente che saluta. La data a occhio e la data a penna coincidono. Brava, si dice. Il mestiere funziona anche in salita.

Quando ha finito, porta da sola il piatto al bancone, perché è più forte di lei. La donna ricompare giusto in tempo per disapprovare con un gesto, glielo toglie di mano, e per un momento sono vicine, un metro scarso. Da vicino ha gli occhi chiari e un odore di cucina e sapone. Sta per dire qualcosa. Alba lo vede nascere, il qualcosa: comincia negli occhi, scende verso la bocca, e ha la forma precisa di una domanda. Poi, a metà strada, diventa altro.

«Le porto su un'altra coperta, dopo» dice invece. «La notte, qui, gira in fretta.» E poi, già voltandosi: «Stasera in piazza si balla. Se le piace la musica suonata male con tutto il cuore, è la serata giusta.»

Tredici gradini fino al primo piano, e Alba li conta. Il corridoio odora di legno e di pulito. La stanza in fondo è semplice e bella: il letto alto, l'armadio scuro, le tende bianche, e dalla finestra il vicolo, i tetti bassi, uno spicchio di valle. Sul comodino c'è una brocca d'acqua coperta da un bicchiere rovesciato, e nei cassetti, quando li apre, un odore pulito di lavanda che per un attimo le chiede qualcosa, e lei non risponde. Niente parete. Per vederla bisognerebbe sporgersi, girarsi, volerlo. La stanza è orientata come una frase detta con tatto.

Disfa la valigia in dieci minuti, perché in dieci minuti si disfa una vita organizzata bene: le cose appese, le cose piegate, il beauty in bagno, il caricatore alla presa. La borsa no. La borsa si posa sulla sedia, vicino al letto, chiusa. Alba la guarda un momento, come si guarda qualcuno che dorme.

Sopra il letto c'è una fotografia incorniciata.

La nota per dovere d'inventario, ormai che ha cominciato: una stampa a colori, fine anni novanta a giudicare dalla resa, il vetro velato di polvere sui bordi. La piazza in festa, tanta gente, bandiere. Una di quelle foto di paese dove tutti guardano nel posto sbagliato e nessuno è venuto bene. La luce è di tardo pomeriggio, giugno o luglio. Penserebbe ad altro, di una foto così: che andrebbe rilavata, che la cornice è buona, che il vetro va cambiato prima che graffi la stampa.

È stanca. La guarda tre secondi, da lontano, controluce.

Poi si sdraia sul letto e il soffitto è bianco e basta.

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