La corriera parte dal piazzale della stazione alle nove e diciassette, con sette minuti di ritardo che il conducente non conta nemmeno. Alba sì. Li conta senza volerlo, come conta i gradini, le fermate, le monete nel portafoglio. È un'abitudine che non ricorda di aver cominciato.
Si è seduta a metà del pullman, lato finestrino. La valigia è sopra, nella cappelliera. La borsa no. La borsa resta sulle ginocchia, con il braccio appoggiato sopra, e se qualcuno la guardasse penserebbe a una che ha paura dei ladri. Non è quello.
Il pullman è mezzo vuoto. Davanti a lei due donne anziane parlano fitto in dialetto, e Alba si accorge che lo capisce più di quanto dovrebbe. Non tutto. A tratti, come una stazione disturbata. Capisce che parlano di una certa Renata che quest'anno non scende, dei fiori che non sono ancora finiti, di uno che ha sposato male. Le parole emergono e affondano. Ogni tanto una frase intera arriva a riva, pulita, e Alba la riconosce come si riconosce una faccia: senza sapere da dove. Non si chiede perché. Se lo chiedesse, dovrebbe rispondersi.
È partita ieri da una città di mare. A casa sua l'orizzonte è una riga dritta, posata sull'acqua, sempre alla stessa altezza. Da quando il treno ha lasciato la pianura, l'orizzonte ha cominciato a salire. Adesso, dal finestrino, il cielo va guadagnato: le montagne se lo mangiano un pezzo alla volta, a ogni curva.
Si era preparata a sentire qualcosa, durante il viaggio. O a non sentire niente, che era la versione su cui contava di più. Per ora va così: non sente quasi niente. È il quasi che lavora.
La strada del fondovalle finisce dopo i capannoni e una rotonda con le aiuole nuove. Poi c'è un ponte, un cartello che lei non legge fino in fondo, e la strada comincia a salire. Il motore cambia voce. Il mondo anche.
I primi tornanti salgono dentro un bosco di castagni. Sono alberi vecchi, larghi, con i tronchi spaccati dal tempo, e tengono un'ombra fresca che entra dai finestrini aperti insieme all'odore di terra. Per un po' c'è solo questo: il bosco, la strada che gira su se stessa, il sole che arriva a lampi tra le foglie. Alba conta i tornanti. Al settimo perde il conto, ricomincia.
Dopo i castagni vengono i prati. E con i prati cominciano i fiori.
Prima è poco: una fontana con i gerani, in una frazione di quattro case, e una fila di bandierine sopra la strada. Alla curva dopo, i gerani sono su tutti i davanzali, pieni, curati, tutti della stessa specie, come se le case si fossero messe d'accordo. Poi una nicchia nel muro, con dentro una santa piccola di gesso, la corona di fiori freschi rifatta da poco, e davanti due ceri spenti dal vento.
A una fermata senza pensilina salgono tre donne con degli scatoloni. Il conducente scende ad aiutarle.
«Piano con le mani, Gino, che lì dentro c'è un mese di lavoro.»
«Un mese? Per dei fiori finti?»
«Finti.» La donna lo guarda come si guarda un figlio venuto male. «Sentilo. Finti.»
«Va be', di carta.»
«Di carta, sì. Anche i soldi sono di carta, e mi pare che ci tieni.»
Il conducente ride, si arrende, carica. Sistemano gli scatoloni nel corridoio. Dal cartone aperto del primo si vedono file ordinate di fiori di carta, gialli, arancio, bianchi, con i petali piegati a mano uno per uno. Le donne salutano tutti. Una si siede di fianco ad Alba, le sorride, dice qualcosa sul caldo. Alba sorride e non dice niente.
Da un paese più in alto, attraverso i finestrini, arriva una banda che prova. Sempre lo stesso attacco: tre note, una pausa, le stesse tre note. Poi la corriera gira e la montagna si prende anche quella.
Il conducente saluta per nome quasi tutti quelli che salgono. A lei, allo specchietto, ha fatto solo un cenno col mento, gentile, da forestiera. Alba l'ha incassato con sollievo. Forestiera va benissimo. Forestiera è esattamente la parola che è venuta a cercare.
C'è una curva, dopo un ponte stretto, dove il suo busto si inclina da solo, un attimo prima che la corriera giri. Se ne accorge. Non se ne fa niente. Il corpo avrà le sue abitudini, pensa, e lascia il pensiero lì dov'è, come si lascia una porta socchiusa senza deciderlo davvero.
Apre la borsa quel tanto che basta a infilarci una mano.
Sotto il maglione di ricambio, in fondo, le dita trovano una stoffa consumata, morbida nel modo in cui sono morbide solo le cose vecchie. Risalgono fino al bottone. Piccolo, liscio, come un'unghia. Lo tiene tra il pollice e l'indice per qualche secondo, senza guardare, con la faccia girata verso il finestrino. Poi lascia, e tira fuori l'agenda.
Il ritaglio sta tra le pagine di marzo, dentro una busta di plastica da documenti. Lo sa a memoria, ormai, ma lo guarda lo stesso, perché guardarlo è diventato un gesto, e i gesti tengono compagnia.
È una foto di giornale, in bianco e nero, con la grana grossa della carta vecchia. Due ragazzini davanti a una parete di roccia attrezzata, a una gara. Lui più alto, magro, con l'imbrago troppo grande e le mani bianche di magnesite, una appoggiata sulla spalla di lei. Lei avrà tredici, quattordici anni, ride con la bocca aperta, i capelli schiacciati dal caschetto. E nel braccio piegato, stretto al petto come una cosa normale, tiene un pupazzo di pezza. Una volpe.
Sotto la foto c'è mezza riga. Il ritaglio è stato tagliato corto, male, o forse apposta: della didascalia restano il nome del paese e l'anno. I nomi dei due ragazzini, se c'erano, sono rimasti attaccati al resto del giornale, da qualche parte, trent'anni fa.
Il pupazzo nella foto è il suo.
Non uno uguale. Il suo. C'è la zampa davanti ricucita storta, c'è l'orecchio più corto dell'altro. Nella foto la volpe è grigia, come tutto. Alba sa di che colore è.
Per mestiere mette ordine nelle fotografie degli altri. Archivi, lasciti, scatole di famiglia che nessuno apre da cinquant'anni. Sa datare una stampa dalla carta, dai bordi, dal modo in cui la luce si è depositata sulle cose. Sa che ogni foto dice la verità su qualcosa e mente su qualcos'altro, e che il lavoro vero è capire su cosa. Con questa non le è servito il mestiere. Le è bastato lo stomaco.
L'ha trovata dieci giorni fa, svuotando la casa della nonna. Era in una scatola di latta che non aveva mai visto, in alto nell'armadio, sotto le bollette pagate e i libretti. Una scatola piena di carte che non erano della nonna: ritagli, pagelle, santini, fotografie di gente che Alba non conosce.
In fondo alla scatola, avvolto in una sciarpa, c'era anche un flacone di profumo. Vuoto, o quasi: contro la luce, sul fondo, restava un dito d'ombra. Alba l'ha riconosciuto con le mani prima che con gli occhi, dalla forma. Non l'ha aperto. Certe cose si consumano a usarle, e quella è l'ultima che ha.
Doveva buttare tutto entro la fine del mese, l'agenzia aveva fretta. Ha buttato quasi tutto. La scatola no. La scatola adesso è nell'armadio di casa sua, vicino al mare, chiusa, col suo dito d'ombra dentro.
La nonna era l'ultima. A ventotto anni, Alba ha finito i funerali di tutti.
Ha pensato di scriverlo così, se mai dovesse spiegarlo a qualcuno, perché detto così sembra quasi una cosa che si può dire. Non deve spiegarlo a nessuno. Ha preparato una parola sola, per chi farà domande, una parola che chiude la conversazione e sorride mentre la chiude.
Rimette il ritaglio nell'agenda, l'agenda nella borsa. Fuori, i fiori sono dappertutto.
Adesso è il paese intero che si vede, due curve più in alto, appoggiato al fianco della montagna come una mano aperta. I tetti di pietra, il campanile, i festoni tra le case. Anche da qui, da sotto, si capisce che è un posto che si sta vestendo: scale appoggiate ai muri, gente sui balconi, qualcosa di chiaro che viene steso da una finestra all'altra. La donna seduta accanto a lei dice alle altre che quest'anno hanno fatto più di mille fiori. Lo dice in italiano, forse per gentilezza verso la forestiera, forse per orgoglio. Più di mille, ripete.
Alba fotografa col telefono, ogni tanto. I castagni l'ha fotografati, e la santa di gesso, e gli scatoloni nel corridoio. Sono foto che non guarderà, lo sa già mentre le fa. Le fa perché tenere il telefono davanti alla faccia è un modo educato di non avere espressione.
Poi la corriera rallenta, scala marcia, e affronta l'ultima curva.
Non è annunciata da niente. Non c'è un cartello, non c'è un allargamento della strada. C'è solo che il muro di rocce a sinistra finisce, come una tenda che si apre, e la parete entra nel finestrino tutta insieme.
Non è un panorama. È una presenza. Sta sopra il paese e sopra ogni cosa, grigia, verticale, così vicina che bisogna piegare il collo per cercarne la fine, e la fine non si trova: esce dal bordo del vetro, continua da qualche parte sopra il pullman, sopra la strada, sopra il giorno. Nei canaloni alti, dove il sole non arriva, c'è ancora la neve. Ferma. Bianca nel grigio, come ossa nella pietra.
Dentro la corriera le voci si abbassano da sole, per qualche secondo, come quando si entra in galleria. Il motore è l'unica cosa che continua come prima. Una delle due donne davanti si tocca la fronte, il petto, le spalle, di un gesto veloce e consumato, senza smettere di parlare. Alba si accorge di essersi fatta più dritta sul sedile, le ginocchia unite, la borsa contro la pancia: composta, come ci si fa piccoli. Nessun'altra cosa cambia. La donna dei fiori dice qualcosa sulla neve, che quest'anno ne ha tenuta tanta, lassù. Lo dice senza guardare in alto.
Alba ha il telefono in mano.
Lo abbassa.
Alba è nata qui. Ci ha vissuto otto anni. Non ricorda quasi niente, e quel quasi è il motivo per cui ha comprato il biglietto.
La corriera entra tra le prime case, dove i festoni passano sopra la strada e l'ombra della parete taglia la piazza esattamente a metà, una parte al sole, una parte no. Da qualche parte la banda attacca le sue tre note, e stavolta va avanti.
Alba tiene la borsa con le due mani. Attraverso la stoffa, senza bisogno di cercare, sa dov'è il bottone.
Uno. Due. Tre.