La neve che sale

Prologo

Bianco

Il buio non è tutto buio.

Questo lo impari subito, lì sotto: la luce non muore mai del tutto. Ne arriva un po' anche qui, grigia e azzurra insieme, stanca, come se avesse fatto molta strada.

Hai freddo, ma ancora non lo senti. Senti un'altra cosa, fortissima: che non devi dormire. Non te l'ha detto nessuno. Lo sa il tuo corpo, che è più vecchio di te.

La neve non è morbida. Questo nessuno te l'aveva detto. La neve degli angeli, quella in cui ti buttavi a braccia aperte, era un'altra neve. Questa ti tiene ferma, dappertutto, precisa. Non sai dov'è il sopra. Hai provato a muovere un braccio: non risponde, o risponde da un'altra parte.

Davanti alla tua bocca è rimasta una tasca d'aria, piccola. Te la tieni cara. Respiri piano, per non consumarla.

Prima c'era stato il rumore. Non un tuono: una cosa più larga, un treno dentro la terra, un rumore che non cadeva dal cielo ma camminava. Adesso c'è questo silenzio. Non è un silenzio vuoto: è un coperchio.

C'era la mano della mamma, prima. Adesso la tua mano è chiusa su niente. E il niente lo tieni stretto lo stesso.

Senti il battito. Qui sotto è l'unica cosa rimasta accesa: batte nelle orecchie, nel collo, perfino nei denti. Allora conti. Uno. Due. Tre. Contare aiuta: ai numeri ci si tiene, come a una ringhiera. A cento ricominci da capo, perché dopo cento i numeri non li sai più tanto bene. E poi cento è già abbastanza lontano.

Ogni tanto, da un punto che non è sopra e non è sotto, arriva una musica piccolissima. Una musica da festa, di quelle con le trombe. Dura un respiro, poi sparisce. Pensi che non può essere vera. Pensi: nessuno suona, adesso. E conti.

A un certo punto il freddo cambia. Non fa più male: diventa una specie di caldo che non scalda. Un caldo bugiardo. E lì dentro c'è un rumore che conosci: il phon. La mamma seduta sullo sgabello che si asciuga i capelli, tu accanto, la guancia quasi appoggiata al suo braccio, quel rumore caldo che ti piove addosso e ti fa venire sonno. Vorresti entrare lì. Restare lì. Dormire lì.

Non devi dormire.

Conti. Uno. Due. La ringhiera tiene.

Poi lo senti.

Un cigolio. La neve che cigola sopra di te, vicino o lontano non si capisce: qui sotto le distanze si sono rotte. Passi. O il tuo cuore che ha cambiato posto. No. Passi. Qualcosa cammina, si ferma, gratta. Il cuore ti diventa enorme, non sta più dentro i numeri.

La luce aumenta. A grani, come versata da sopra.

E c'è una voce.

Non è la voce della mamma. Non è nessuna voce che conosci, o è una voce che il freddo ha cambiato così tanto da non riconoscerla più. Arriva a pezzi, la neve se ne beve metà:

...stretta...

...a casa...

e un'altra parola, più lunga, che comincia e non finisce. La neve la mastica e se la tiene quasi tutta.

Tu la prendi lo stesso. Non sai cosa vuol dire, non sai nemmeno se è una parola intera. La prendi e la metti via. Certe parole si tengono come si tengono le mani.

Qualcosa entra nel tuo buio. Lo senti prima con le costole che con le dita: una cosa morbida, contro il petto, spinta lì piano, con una cura che non c'entra niente con tutto il resto. È calda. O forse sei tu che decidi così, e va bene lo stesso. Le dita la cercano, trovano un bottone, piccolo e liscio come un'unghia, e ci si chiudono sopra.

Non lo sai ancora, ma non lo lascerai più.

Poi il mondo si apre, con un suono di strappo.

L'aria fa male. L'aria è troppa. La luce ti entra negli occhi fino in fondo e lì comincia a gridare. Sopra di te c'è una sagoma, in mezzo a tutta quella luce: il bianco la mangia dai bordi, le toglie le spalle, le toglie la faccia. Resta una forma scura che trema. O sei tu che tremi. Due mani ti tirano su dal buio, come si tira su un secchio dal pozzo.

La bocca della sagoma si muove. Ma il mondo è troppo forte per sentire.

E mentre tutto si accende insieme, il cielo, la montagna, il giorno, contro il tuo petto resta l'unica cosa che il bianco non si prende.

È rossa.

Te la tieni stretta.

Poi il bianco si prende anche il resto.

Bianco.

1 di 19