Quello che si sono detti all'alba, alla spalla del sentiero, il sentiero se lo tiene.
Questa storia, da qui in poi, non guarda più dentro le cose: le accompagna e basta. Non dice se lo zaino di tela, scendendo, pesava di più o di meno di quando è salito. Non dice cosa c'era, o non c'era più, vicino all'apertura, accanto all'agenda e a una busta gialla senza indirizzo. Non dice se sul fiore bianco, da qualche parte tra la terrazza e il primo chiaro, è arrivata una parola. Sono cose sue. Le persone, a un certo punto, vanno lasciate andare con le loro tasche chiuse, ed è una forma d'amore anche questa, forse l'unica giusta.
La storia dice solo questo: che una donna scende dalla montagna nella prima luce dell'ultima mattina, con un passo che all'andata non aveva, e che il tempo, come promesso, è girato. Il cielo stamattina è bianco, basso, uniforme, un coperchio chiaro su tutta la valle. Sopra la spalla del sentiero, dietro di lei, ogni tanto, il vento riporta per un attimo un colpo d'accetta: qualcuno, lassù, spacca la legna come ogni mattina, e il suono scende a valle un pezzo alla volta, regolare, vivo.
In paese, la festa sta finendo come comincia ogni cosa seria: in silenzio e tutti insieme.
La piazza è piena ma non fa rumore. Hanno spostato il telaio al centro, vicino alla fontana, e due uomini staccano i fiori a uno a uno, con calma, e li portano al fuoco. Il fuoco è in un braciere largo e nero, sul lato della chiesa, e lo governa Berto, con un rastrello di ferro, sobrio, preciso, la faccia di chi stanotte non ha dormito e stamattina si è fatto la barba comunque. I fiori entrano nel fuoco a mazzi piccoli. La carta prende in un soffio, i nomi si arricciano, diventano luce per mezzo secondo, e poi più niente: filo di ferro nudo, che Berto tira fuori col rastrello e mette da parte, ordinato, perché il filo si riusa, l'anno prossimo, per altri fiori e per gli stessi morti.
Ci sono tutti. La signora della lavanda con le mani in grembo, il fornaio con la farina ancora sui polsi, la ragazza coi capelli viola che per una volta sta ferma, il vecchio con Bruno quarto seduto composto al suo piede. Adele sta vicino al braciere, dritta, e guarda il fuoco come si guarda un lavoro che va fatto bene. Quando Alba entra in piazza dallo sbocco del sentiero, nessuno si volta a guardarla e tutti la vedono, ed è il vecchio doppio talento del paese, usato stavolta come una cortesia. Solo Adele alza gli occhi, un momento. Quello che passa tra le due donne non ha bisogno nemmeno del mento.
In fondo alla piazza, defilato, c'è Davide con la borsa da viaggio già in mano. Guarda il fuoco da lontano, il tempo di tre o quattro mazzi di fiori. Poi, quando la prima cenere comincia ad alzarsi, si gira e si avvia verso la fermata della corriera, con la sua camicia stirata male, e per la prima volta in vent'anni non si volta.
I fiori bruciano per quasi un'ora. La banda non suona: i musicanti sono lì, in borghese, con le mani in tasca. Ogni tanto qualcuno si fa avanti dal cerchio, un vecchio, una donna, un ragazzino spinto piano da dietro, e porta al fuoco un fiore tenuto da parte, uno di quelli scritti in privato, e lo posa lui stesso sulla brace, e sta a guardare finché non è andato.
Verso la fine, una mano posa un fiore bianco vicino al bordo, troppo vicino, dove il fuoco è più svelto.
La fiamma lo prende in un respiro solo. Un soffio, una piega di luce, e il fiore non c'è più: troppo in fretta, troppo vicino, perché si riesca a leggere se in mezzo alla corolla ci fosse un nome o ci fosse il bianco. Se lo portava, adesso lo porta il fumo. Nessuno ha guardato. Tutti l'hanno visto.
E poi succede la cosa per cui, forse, questo rito è stato inventato, tanti anni fa, da gente che la montagna la conosceva meglio di quanto conoscesse le parole.
La cenere sale.
Il fuoco è grande ormai, e l'aria sopra il braciere trema, e la cenere dei fiori, leggera come la carta che è stata, si stacca dalla brace e sale: fiocchi grigi e bianchi, a decine, a centinaia, che girano su se stessi salendo, piano, dritti nell'aria ferma del mattino, su oltre le teste, oltre i tetti, oltre il campanile, contro il coperchio chiaro del cielo. Tutta la piazza sta a naso in su. È neve, identica alla neve, nel peso, nel volo, nel silenzio: solo che sale. Sale dal paese verso la montagna, dai vivi verso l'alto, un fiocco per ogni nome e un fiocco per ogni anno, e la montagna sta lì, dietro il suo cielo bianco, e per una volta riceve.
Neve che cade al contrario.
Alba guarda la cenere salire finché gli occhi non perdono l'ultimo fiocco. La corriera delle undici, giù alla fermata, sta scaldando il motore. La piazza, piano, comincia a sciogliersi: le mani tornano in tasca, qualcuno parla di pranzo, Bruno quarto si alza e si stira. Berto rastrella la brace con la cura di chi rifà un letto, e il fumo dell'ultimo fiore intanto è già in alto, già lontano, già quasi indistinguibile dal cielo, che oggi lo prende e se lo tiene, come tutto il resto, da sempre.
Bianco.